mail di Flavio Baroncelli su scettismo e interpretazione (2001)


 From: "flavio baroncelli" <flaviobar@iol.it>
To: "Paolo Comanducci" <coma@csita.unige.it>
Subject: R: Avviso seminario
Date: Wed, 14 Feb 2001 10:29:54 +0100

cavolo se vengo!! vengo sì!! e se non riesco a venire nemmeno a questo mi suicido, che intanto è la stessa
ma chi cacchio sono 'sti pestoscettici, e per di più immaginari?
un dubbio: nove obiezioni nel senso di nuove o nel senso di 9?
scettici su che?
lo so, lo so, devo venire proprio per sapere tutte queste cose
 
 
>-----Messaggio Originale-----
>Da: <mailto:coma@csita.unige.it>Paolo Comanducci
>A: <mailto:Recipient List Suppressed:;>Recipient List Suppressed:;
>Data invio: martedì 13 febbraio 2001 10.31
>Oggetto: Avviso seminario
>
>
>Dipartimento di cultura giuridica Giovanni Tarello"
>Sezione di Filosofia e sociologia del diritto
>
>Il giorno 2 marzo 2001, alle ore 10.00, nei locali della Sezione, via Balbi 30, 5° piano, il prof.
>
>Mauro Barberis
>
>della Università di Trieste, terrà un seminario sul tema "Lo scetticismo immaginario. Nove >obiezioni agli scettici à la génoise". Seguirà un dibattito a cui parteciperanno, tra gli altri i proff.: >Enrico Diciotti (Siena), Claudio Luzzati (Milano), Tecla Mazzarese (Brescia), Kaarlo Tuori >(Helsinki).
>Sei cordialmente invitato a partecipare e, se puoi, a far circolare la notizia presso i tuoi colleghi e
> collaboratori sprovvisti di un indirizzo di e-mail. Un cordiale saluto
>
>Silvana Castignone, Paolo Comanducci, Riccardo Guastini
>

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From: "flavio baroncelli" <flavioba@nous.unige.it>
To: "Pierluigi Chiassoni" <piechias@giuri.unige.it>,
        "Celano Bruno" <celano@unipa.it>, "Realino Marra" <fildir@unige.it>,
        "Riccardo Guastini" <guastini@unige.it>,
        "Paolo Comanducci" <coma@csita.unige.it>,
        <mauro.barbersi@giuri.unige.it>
Subject: rissamancata
Date: Tue, 13 Mar 2001 14:55:14 +0100

meno male che la rissa non c'è stata altrimenti sai che palle, invece è stato molto interessante
 
sono contento di esserci stato. non è inutile parlare, comunque ,di problemi di relazione e di comunicazione. qualcuno di questi problemi lo segnalai in uno scritto troppo scherzoso sulla grunfphilosophie
 
sul merito:
 
a)
 
naturalmente uno parla come vuole ma forse non è inutile osservare che secondo un linguaggio più calibrato sulla storia della filosofia "scettica" sarebbe anche la teoria ... come la chiamate? mista?.
nel senso che quando si dice che sì, c'è un significato univoco ma la sua esistenza è affidata alla comunità linguistica, si è già in pieno nello scetticismo moderno, ossia quella dottrina tipicamente humiana che non dice le cose non ci sono non funzionano chissà se nasce il sole ma dice: le cose funzionano ma se uno deve spiegare perché, dedurre, fondare, ce l'ha in quel posto.
 
essere scettici infatti dopo Hume non significa essere disperati o idioti, ma semplicemente rendersi conto che è sempre possibile dimostrare, in questo caso, che è impossibile capirsi, comunicare, etc., e che per converso è impossibile dimostrare che si comunica e ci si capisce, se dimostrare vuole dire andare al di là della constatazione che qualcosa funziona.
può anche darsi che un po' della labilità delle distinzioni venga da qui.
sul significato, affermare di non essere scettici perché si è Wittgensteiniani è un po' strano, anche se lo si fa.
 
b)
 
mi lasciate un po' perplesso tutti quanti quando precisate la natura delle vostre teorie. non sono mai né empiriche né qualcosa d'altro di preciso.  forse gli studenti, quando si chiedono se constatate che il giudice fa quel che cavolo vuole, o consigliate che lo faccia, o denunciate che lo fa, o dite che non può che essere così, e così via, non sono soltanto caproni, ma persone che si chiedono di cosa parlate e con che finalità.
il fatto che tra "corretto" e "ammissibile" si venga a creare, volendo, un abisso (valutazione-descrizione), forse indica che bisognerebbe rassegnarsi a dichiarare quali sono i nessi tra la propria teoria e la realtà empirica. Se non si stabilisce chiaramente questo, allora diventa indecidibile il problema di Barberis: quando dico che qualcuno trova corretta un'interpretazione sto valutando o meno? Non è facile stabilirlo, se lo statuto della mia proposizione non è chiaro. certo, in generale descrivere una valutazione non è valutare. ma se le vostre teorie non sono empiriche che cavolo descrivete?
 
c)
non ho capito perché un caso dovrebbe secondo Barberis essere chiaro quando convergono regole del linguaggio comune e regole dell'interpretazione. chiaro per chi? Tutto quel che ho sentito sui rapporti tra questi due set di regole mi è sembrato terribilmente incasinato, o meglio: che cavolo di scuola genovese esiste, se di questo punto ovviamente fondamentale ci sono versioni diversissime?
 
d)
mentre vi ascoltavo, mi passavano per la mente giudici di natura diversa, in diversi sistemi giuridici e pregiuridici. per esempio, se immagino che non esista ancora il diritto e che la gente, nozickiana, si scelga il giudice liberamente, credo che un giudice che produca scetticismo con le sue sentenze perderebbe subito tutti i clienti. all'estremo opposto, un giudice onnipotente può produrre tutto lo scetticismo che vuole, e sarebbe ozioso cercare di stabilire se ogni volta innova, o ogni volta il caso che affronta è chiaro. Tra questi due estremi, ci sono tanti diversi modellini interessanti. Sarebbe bellissimo se smetteste la discussione attuale e costruiste un quadro completo di questi modellini.
A questo punto perfino gli studenti capirebbero che riconoscere nella realtà empirica ciò che si riferisce a questo o quel modello è responsabilità loro.
 
 
Flavio Baroncelli
dipartimento di filosofia

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[in risposta ad una di Guastini]:

From: "flavio baroncelli" <flaviobar@iol.it>
To: "Riccardo Guastini" <guastini@csita.unige.it>,
        "Paolo Comanducci" <coma@csita.unige.it>,
        <mauro.barberis@giuri.unige.it>
Subject: R: rissamancata
Date: Tue, 13 Mar 2001 18:54:29 +0100

avevo già letto, e ho riletto, e mi pare ineccepibile. in particolare, mi convince
 
(Guastini):
(1) Prima possibilità: la illustrerò con un esempio che per caso ho sotto mano. L'art. 12 (vecchia numerazione) del Trattato CE impone un obbligo di non fare a ciascuno degli Stati membri verso i rimanenti Stati membri (N1). Ma - problema - impone solo un obbligo da Stato a Stato (N1), o anche un obbligo da Stato a cittadino (N2)? La CGCE, malgrado la lettera della disposizione e le normali regole di interpretazione del diritto internazionale, interpreta nel senso che l'art. 12 esprime (anche) N2.

Interpretazione discrezionale, si sarebbe tentati di dire.

Ma diremmo che l'interpretazione nel senso che l'art. 12 esprime (solo) N1 sarebbe stata non discrezionale?

Ovviamente, no (che assurdità). Se c'era alternativa tra (solo) N1 e (anche) N2, allora c'era discrezionalità: ossia, è discrezionale tanto l'una interpretazione, quanto l'altra.

Il concetto di discrezionalità, in questo contesto, non serve a distinguere interpretazioni (discrezionali) da interpretazioni (non discrezionali). Non è questo il senso del "talvolta".

 
Però non ho a disposizione Barberis scritto.
 
per quel che ho capito della sua esposizione, ribadirei il mio confusissimo punto sullo scetticismo. Ossia: mi chiedo (leggerò Barberis, per ora però non capisco) come sia possibile "moderare" lo scetticismo. Lo scetticismo non è come mettere un po' di zucchero o tanto zucchero. Dello scetticismo ci si consola, al massimo. Gli storici che hanno inventato lo s cetticismo moderato di Hume volevano solo consolarsi. Tenderei a pensare che o uno è formalista, nel vostro caso, o è scettico. Poi, tra gli scettici, ci sono quelli che amano rammentare quanto spesso ci sia quel concordare che soddisfa l'anima e dà perfino un senso di verità, e quelli che invece, cattivi, dicono: sai cosa è successo? semplicemente che tu sei d'accordo con l'interprete ufficiale, e allora dici che per natura l'interpretazione era quella. Sicché hai davvero in cuore un "doveva interpretare così" che è valutativo, anche se a te piacerebbe che fosse lì per descrivere una qualche necessità naturale.
Però, siccome Barberis mi risulta persona non solo d'onore, ma anche molto sharp, non posso credere che sia tutto qui. Ossia che tutto stia nel fatto che egli si è abituato talmente a Wittgenstein, che crede che il riferirsi ai contesti e alle comunità e agli usi non sia scetticismo. E invece lo scetticismo sta proprio lì, per quel che riguarda l'interpretazione ordinaria, del linguaggio corrente. Se poi si complicano le cose con il sistema giuridico, temo che lo scetticismo possa solo aumentare. Non posso crederci, che Barberis creda, in questo senso, di non essere scettico. Quindi se mi manda il suo pezzo lo leggo con attenzione. Forse ci sono problemi di esposizione, di politica, di immagine e - a giudicare dai pochi interventi che ho sentito - c'è la necessità di chiarire che, all'interno degli scettici, ci sono grandi differenze (mi è sembrato) specialmente sulla grana dei due set di regole. please send it to me il tuo paper, Mauro.
 
Ribadisco però che mi risulta difficile capire cosa voglia la teoricità delle vostre teorie. Cosa vuole dire: che la teoria, illustrata con casi reali, varrebbe però per qualsiasi giudice in qualsiasi sistema?
Forse può voler dire che, se così non fosse, al limite i giudici sarebbero inutili?
 
in effetti, se uno non è scettico sull'interpretazione, che cavolo se ne fa dei giudici? beh, sì, non è mica tanto un'ipotesi strana: non c'erano quelli che dicevano che, una volta stabiliti i fatti, poi il resto poteva farlo anche una macchina? mi apre che perfino Beccaria avesse questo ideale. lui sì che non era scettico.
 
riccardo dice, qui sopra: normali regole, e cose di questo genere: vuol forse dire che non è scettico? dire così sarebbe come dire che Hume non era scettico perché apriva l'ombrello quando pioveva
 
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Quarta mail:

From: "flavio baroncelli" <flavioba@nous.unige.it>
To: "Mauro Barberis" <maubarbe@giuri.unige.it>,
        "Paolo Comanducci" <coma@csita.unige.it>,
        "Riccardo Guastini" <guastini@unige.it>,
        "Pierluigi Chiassoni" <piechias@giuri.unige.it>
Subject: valutiamo bene le descrizioni
Date: Thu, 22 Mar 2001 17:16:49 +0100

cari tutti,
 
mantengo l'impressione che stiate discutendo un punto su cui forse dovreste semplicemente specificare alcuni particolari, e che questo punto diventi dolente perché esistono altri problemi. problemi non personali ma comunque meno tecnici, più politici e pedagogici e diplomatici e così via. Io credo che ne esistano, anche se non appartenendo in senso stretto, ma essendo legato solo da affetto, non li affronto.
 
caro Mauro,
 
la questione è forse periferica, ma non pensi che la rinuncia a qualsiasi esplicatore non spiegato possa essere con una certa proprietà chiamata scetticismo in filosofia del linguaggio, e che valga la pena di ricordare che appunto sta continuando il trend inaugurato da Hume per cui lo scetticismo non cancella le cose ma i fondamenti che prima si pensava si avessero, e che convenga ricordarlo proprio per evitare di comportarsi come se i fondamenti fossero ancora lì, chiamandoli con altro nome?
quando - secondo molti - il "secondo" Wittgenstein e poi Quine etc abbandonano le vecchie idee sul linguaggio, da una parte uno dice uou!!! che figata!!! adesso non cadiamo più in infinite auto-referenzialità, è morto il significato coi suoi paradossi!!!!  evviva!!! ma dall'altra parte credo che debba ammettere che i casini sono appena incominciati
per esempio Hume predica bene la differenza tra descrivere e valutare, ma la sua stessa filosofia lo porta a dei grossi casini proprio su questo: quando uno descrive the standard of taste (anche moral) cosa sta facendo? davvero sta solo descrivendo? non dipende questo dalla distanza concretamente esistente tra chi descrive e e chi è descritto?
dire che uno sta fuori o sta dentro è una bella metafora, che funziona benissimo, ma molto meglio prima che dopo lo scetticismo
 
in effetti a me pare che questi problemi si riflettano sul punto in questione
 
forse converrebbe ammettere che nessuno di noi ha davvero chiaro cosa significhi valutare e cosa significhi descrivere in questi casi, : sembra esserci, più che un taglio netto, quasi un range di sfumature.???
 
davvero, se guardo un gruppo dal di fuori (magari il mio!?!), e dico che tutti meno Pippo sono d'accordo di interpretare bzzbrr come il segno che bisogna mettersi a correre, non sto anche dicendo (se penso che sia la comunità e l'uso a decidere il significato) che Pippo il quale sta fermo si sbaglia? Certo, mica sono scemo: sto "solo" dicendo che tutti gli altri...e quando dico "si sbaglia" non intendo che non ha colto l'essenza eterna...Mica mi pronuncio su...Ma su cosa dovrei pronunciarmi, se non c'è altro?
in questi casi, non mi sembra facile dire "sto solo descrivendo valutazioni", se quelle valutazioni non possono essere giuste o sbagliate in confronto a qualcos'altro che è al di fuori di tutti noi, se insomma quelle valutazioni che descrivo sono - in quanto non c'è nulla di assoluto - in certo senso assolute (cristo santo, qui mi ricordo da me stesso Sciacca!).
 
Voglio dire che quando Mauro rivendica il suo diritto ad usare il termine "corretto" senza valutare, non sta, secondo me, né dimostrando che anche voi valutate usando altri termini, né che anche lui non valuta. Sta mostrando che qui c'è un problema, un problema per tutti.
 
Flavio Baroncelli
dipartimento di filosofia





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