1° GRUPPO DI LETTURA GUIDATA - “Senso e riferimento” di G.Frege  - Tutor: prof.Carlo Penco

- 10° INTERVENTO DEL TUTOR (4/11) -

Ho avuto l'influenza e quindi tutto il tempo per rispondere a Luna Orlando che fa una ottima ricostruzione dell'argomento di Frege come argomento per assurdo. Ecco in breve l'argomentazione di Luna:


(1) se la Bedeutung della frase dipendente fosse un valore di verità la compagine enunciativa varierebbe in funzione di questo
(2) per la sostitutività il valore di verità della "compagine enunciativa" non cambierebbe sostituendo frasi dipendenti con lo stesso valore di verità
(3) quindi sarei costretto a accettare come equivalenti (con lo stesso valore di verità) enunciati come (A) "Mario crede che un triangolo ha tre lati" e (B) "Mario crede che il sole gira intorno alla terra" (che hanno ovviamente significato diverso)..
(4) Ciò non funziona e quindi nel discorso indiretto devo considerare come Bedeutung e come sottoposti alla sostitutività i sensi e non i riferimenti.

Spero di aver esposto correttamente la sua ricostruzione, peraltro molto ben congegnata. Però c'è un piccolo problema. Non è perspicua. Infatti cosa c'e' di male nel punto (3)? Non hanno forse A e B lo stesso valore di verità? Dire che hanno significato diverso non tocca il problema, se per "significato" si intende "Bedeutung", cioè valore di verità. In senso stretto A e B hanno lo stesso "significato" fregeano, cioè lo stesso valore di verità, pur avendo ovviamente senso diverso. Apparentemente dunque non c'e' alcun male a sostituire "un triangolo a 3 lati", che è vero, con "il sole gira intorno alla terra", che è pur esso vero. Il risultato della sostituzione non mantiene forse lo stesso valore di verità?

IL PUNTO CHIAVE

Direi che Luna ha fatto una buona ricostruzione, ma non riesce a mostrare bene perché questo argomento per assurdo è un buon argomento. Qual e' il problema? Il problema chiave è che Mario potrebbe non credere a una delle due frasi dipendenti. La credenza infatti è un atteggiamento verso una frase (o un pensiero espresso da essa). E questo atteggiamento non dipende dalla verità o meno della frase (del pensiero), bensì dipende dallo stato soggettivo di Mario. E lo stato soggettivo delle credenze di Mario non è prevedibile, non dà garanzia alcuna relativamente alla verità di ciò che è creduto.


ARGOMENTO PRECEDENTE:CREDENZA RAZIONALE NEL FALSO
Frege aveva toccato il problema della credenza nella seconda parte del saggio (pag. 32), individuando implicitamente un criterio intuitivo della differenza di pensieri (così lo chiama il filosofo Gareth Evans): se una persona ragionevole può credere vero un enunciato e falso un altro, allora essi esprimono diversi pensieri. E' "ragionevole" credere
(i) che sia vero che la stella del mattino sia un pianeta
e, al contempo
(ii) che sia falso che la stella della sera sia un pianeta.
Il mio credere contemporaneamente (i) e (ii) è  questione di ignoranza astronomica, non di irrazionalità (e qui potete inventare altri esempi a iosa). 

CONCLUSIONE DALLA POSSIBILITA' DI CREDENZE FALSE
Quindi, sostiene implicitamente Frege, la credenza - anche se credenza "razionale" - non garantisce la verità di ciò che viene creduto. E dato che si possono intrattenere due pensieri veri, ma ritenere che uno sia vero e l'altro falso, allora nei contesti di credenza non posso usare il principio di sostitutività che dice -la verità di una proposizione composta non cambia se sostituisco una proposizione componente con un'altra di uguale valore di verità.

CREDERE PENSIERI
Cosa crediamo dunque? Qual'è l'oggetto della nostra credenza? Per Frege l'oggetto della nostra credenza sono i pensieri, ciò che viene espresso da enunciati. Quindi quando parliamo di credenze (e questo accade quando riportiamo una credenza nel discorso indiretto del tipo "Mario crede che...") gli oggetti cui ci riferiamo sono proprio i pensieri,
A questo punto si deve concludere che, se vogliamo usare il principio di sostitutività anche per enunciati del linguaggio naturale (opportunamente tradotti in un linguaggio formalizzato) devo relativizzare il riferimento (la Bedeutung) al contesto enuncitativo: nei contesti indiretti come i contesti di credenza il riferimento non è un valore di verità ma un pensiero,


L'ARGOMENTAZIONE DI LUNA

La ricostruzione proposta da Luna andrebbe dunque bene così come è, con una specificazione. Se accettiamo (1) e (2), al punto (3) dobbiamo dire che saremmo costretti a accettare la sostituzione di enunciati dipendenti coreferenziali (con lo stesso valore di verità) che non ci danno alcuna garanzia di mantenere la verità del tutto.


 

Però Frege propone due altri argomenti, forse ancora più semplici (che possono peraltro  fungere da parti della ricostruzione dell'argomento per assurdo):


ANALOGIA TRA DISCORSO DIRETTO E INDIRETTO (p.36)
In effetti Frege fa tutto molto velocemente e non parte dagli enunciati di credenza (di cui ha parlato precedentemente (pag.32, appunto), ma parla di enunciati diretti e indiretti in generale. Il suo argomento è basato anche su una analogia tra discorso diretto, o citazionale, e discorso indiretto. In una citazione non ci riferiamo né al pensiero né al valore di verità, ma alle parole stesse: Giorgio ha detto "oggi ho  preso 10 al compito in classe". Riferisco le parole di Giorgio; e quindi mi riferisco alle sue parole, e non mi impegno a sostenere la loro verità; in un certo senso, citandole, mi disinteresso della loro verità. Mi interessa solo riportare esattamente cosa ha detto Giorgio.
Analogamente se dico: "Giorgio ha detto che oggi ha preso 10 al compito in classe", faccio qualcosa di analogo: il mio proferimento non mi impegna a sostenere che è vero che Giorgio ha preso 10 al compito in classe; anzi, dicendo così, quasi prendo le distanze dalla verità di quanto dice Giorgio (se no semplicemente direi: "Giorgio ha preso 10 al compito in classe"). Quello che riporto, con il mio resoconto indiretto, è il pensiero di Giorgio; è lui il responsabile della verità, sulla quale la mia frase non si pronuncia.
Frege non sviluppa in dettaglio questo argomento; lo dà quasi per scontato e lo presenta rapidamente a pag. 28. Per questo a pag. 37 accenna al fatto che nel discorso indiretto "come abbiamo visto, le parole hanno il significato indiretto che coincide con quello che è il loro senso ordinario". Il "come abbiamo visto" si riferisce appunto ai cenni fatti a pag. 28. L'argomento base è dunque da cercare lì.

ARGOMENTO "RAPIDO" DELLE CREDENZE VERE E FALSE (p. 37)
L'argomento più semplice che stabilisce che nel discorso indiretto ci riferiamo a pensieri è rapido e efficace: per la verità dell'intero non ha alcun valore che l'enunciato subordinato sia vero o falso. L'esempio di Frege è dato da due credenze di Copernico:
(i) che le orbite dei pianeti siano cerchi (falso; sono ellissi, e lo ha scoperto Keplero)
(ii) che il moto apparente del sole sia dovuto al moto reale della terra (vero)
Ebbene, Copernico erroneamente credeva, quindi riteneva veri, entrambi i pensieri. Peraltro se sostituisco (i) a (ii) in "Copernico credeva che...."non cambio il valore di verità, perché è vero che Copernico credeva sia (i) che (ii). Nei contesti di credenza il valore di verità del tutto è indifferente al valore di verità delle parti subordinate. Ma non è indifferente ai pensieri espressi. Per essere sicuro di mantenere il valore di verità del tutto dovrei sostituire la frase dipendente con un'altra che esprime lo stesso pensiero.
A questo punto LA DOMANDA è: cosa vuol dire "lo stesso pensiero"?

CRITERI DI IDENTITA' TRA PENSIERI? LIMITI DI UN TESTO FILOSOFICO.
Come trovare un enunciato che esprime lo stesso pensiero? C'è un criterio di identità tra pensieri? A quali condizioni posso dire che due pensieri sono uguali? Quando posso dire che due espressioni hanno lo stesso senso, o sono "sinonime"?

Questi sono problemi che sono stati affrontati sia da Frege, sia dagli autori che lo hanno seguito, e hanno dato ciascuno il suo contributo originale. Per noi che leggiamo il testo forse è meglio fermarci qui, dato che Frege non dà risposta a QUESTI problemi nel suo saggio. .
Leggendo ogni saggio filosofico tocchiamo sempre alcuni punti non discussi, ma assunti. Le ragioni delle assunzioni non si trovano ovviamente nel saggio stesso. E andranno cercate altrove, in altri testi, o in altri argomenti. Occorre però rendersi conto dei limiti del saggio, cioè delle assunzioni che permettono alle argomentazioni di funzionare. Si può criticare un lavoro dall'interno o dall'esterno. Criticare dall'interno comporta assumere quello che l'autore assume, e vedere se le sue tesi sono coerenti o no, seguono o no dalle assunzioni, hanno delle alternative che l'autore non vede. Criticare dall'esterno è criticare lo scopo del saggio, la sua utilità, le assunzioni date. Solitamente il lavoro del filosofo è volto alla critica interna; ma anche la critica esterna ha un suo valore. Deve essere anch'essa fatta con un certo rigore.

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 Riprendo qui  finalmente due vecchie domande fatte sulla prima parte del saggio (avrei dovuto farlo subito), che si riallacciano alla discussione sul discorso indiretto. Rispondendo faccio alcune precisazioni (magari un po' pedanti) che riprendono i concetti base del problema del discorso indiretto (ma anche del problema della traduzione)


Ecco le domande:
(I) Domanda di Monica Gallo:

Frege distingue tra uso ordinario e straordinario del senso e del significato. Quando riferiamo un discorso indiretto, abbiamo segni di segni e ci si riferisce al significato delle parole dell'altro [//28//]. Allo stesso modo, parlando della traduzione e del testo originale richiama la necessità della corrispondenza tra senso e significato [//31//]. Dunque, ogni volta che riferiamo le parole di un altro e che queste vengono a loro volta riferite, ogni volta che diamo un "senso" a ciò che leggiamo tradotto, ci allontaniamo dal significato ordinario?

(II) Domanda di Annalina, Gianni e Vincenzo (V scientifico G:Galilei):

//28// Frege scrive: "E' chiaro pertanto che anche qui(nel discorso indiretto)le parole non hanno il loro significato ordinario, ma stanno per quello che solitamente e' il loro senso"
Qual e' la differenza tra questi due concetti?


Ed ecco le risposte:

(I) MODI DEL SIGNIFICATO E TRADUZIONE

Alla prima domanda direi di stare attenti all'uso peculiare che Frege fa del termine "significato" (Bedeutung). Quando Frege parla di significato ordinario intende parlare di ciò cui si riferiscono i nomi e del valore di verità. Quando parliamo in modo ordinario ci riferiamo a oggetti e sosteniamo la verità di ciò che diciamo. Ma quando riportiamo le parole di un altro (sia come citazione sia come discorso indiretto) ci allontaniamo dal riferimento ordinario.  A pag. 28 Frege fa una distinzione tra

(i) modo usuale
esempio: Giorgio e' il migliore di tutti
(ii) discorso "diretto" o "citazionale"
esempio: Giorgio ha detto: "sono il migliore di tutti"
(iii) discorso indiretto
esempio. Giorgio ha detto che e' il migliore di tutti

Come interpretare questa distinzione rispetto al problema individuato da Monica?

Nel caso (i) ci riferiamo a Giorgio
e asseriamo che e' vero che Giorgio e' il migliore.
Nel caso (ii) ci riferiamo alle parole di Giorgio
e non asseriamo che Giorgio e' il migliore. riportiamo le sue parole.
Nel caso (iii) ci riferiamo ai pensieri di Giorgio
anche qui non asseriamo che Giorgio e' il migliore;
asseriamo che Giorgio sostiene di essere il migliore (e probabilmente non siamo d'accordo)

E la traduzione?
Qui Frege fa un discorso più preciso, che non mi pare legato al problema del discorso indiretto. Anche qui Frege distingue tre livelli di differenza tra due enunciati (possiamo pensare a due enunciati uno la traduzione dell'altro). Due enunciati possono convogliare
(1)  diverse immagini, lo stesso senso e lo stesso riferimento
(2) diverse immagini, diverso senso, lo stesso riferimento
(3) diverse immagini, diverso senso, diverso riferimento

A una traduzione non si chiede che evochi le stesse immagini soggettive nei parlanti (specie in culture diverse, come si farebbe?). Per questo Frege sostiene che "la differenza tra il testo originale e la traduzione non dovrebbe oltrepassare questo primo livello". Cioè: la diversità tra una traduzione e l'originale può sussistere a livello di evocazione di immagini, ma una buona traduzione deve mantenere il livello (1), cioè mantenere lo stesso senso.
Qui per "senso" possiamo intendere il contenuto concettuale comune a diversi enunciati. Pensiamo la traduzione da un linguaggio di strada a un linguaggio colto; sento "il pula ha beccato il compare" e mi si chiede di fare un resoconto; a questo punto traduco dicendo "il responsabile delle forze dell'ordine ha colpito il lestofante (presumibilmente con un'arma da fuoco)". Perdonatemi le parole un po' antiquate; le ho messe a posta per far capire che probabilmente molti aspetti della prima frase vanno perduti; ma quello che non va perduto e' l'informazione essenziale, il contenuto "cognitivo" della frase, che e' caratterizzato da ciò che la rende vera o falsa (e dalle conseguenze che da essa posso trarre; ad esempio che il lestofante e' stato ferito, ecc. ecc.

(detto di passaggio: per questo e' così difficile tradurre una poesia; nella poesia il contenuto informativo e' minore, e maggiore e' la capacità di evocare emozioni e immagini; come tradurreste in inglese "l'infinito").
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(II) DIPENDENZA CONTESTUALE

Alla seconda  domanda risponderei così:

La teoria di Frege sostiene che nel discorso indiretto il riferimento si identifica con il senso ordinario. Non vi e' differenza tra i due concetti: il riferimento indiretto  e'  il senso ordinario.

Questo vuol dire che senso e riferimento non sono proprietà assolute delle espressioni linguistiche, ma dipendono dal contesto:

(1) In un contesto normale (ove per "normale" si intende una esposizione piana e chiara come ad esempio una dimostrazione matematica o geometrica) il riferimento e' l'oggetto cui l'espressione si riferisce (ad esempio l'espressione "2+2" si riferisce al numero 4) e il senso e' il modo particolare in cui viene dato il riferimento (diverso da altri modi: "2+2" e' diverso da "8-4"; sono due espressioni con senso diverso che si riferiscono allo stesso numero. Analogamente "l'intersezione di a e b" e "l'intersezione di b e c" sono, nell'esempio di Frege all'inizio del saggio, due espressioni con senso diverso che si riferiscono allo stesso punto di intersezione delle mediane del triangolo.
(2) in un contesto indiretto (ove per "indiretto" si intende dipendente da una frase che regga un "che...."), il riferimento di una espressione - e dell'intero enunciato dipendente, e' il suo senso. Infatti nei contesti indiretti ci riferiamo a pensieri.