1° GRUPPO DI LETTURA GUIDATA  - “Senso e riferimento” di G.Frege   - Tutor: prof.Carlo Penco

- 2° INTERVENTO DEL TUTOR (23/10) -

Lavoro a queste lezioni solo la sera dopocena o la mattina presto (di giorno ho altre lezioni e un mare - o meglio un oceano - di burocrazia). E in queste sere, influenza permettendo, ho letto e riletto le varie lettere e le molte osservazioni e domande.  Quasi tutte le osservazioni sono interessanti e corrette, e in linea di massima non le commenterò a mia volta. Mi limito a rispondere alle vere e proprie domande, quelle che terminano con un punto interrogativo.
Per il 27 ottobre manderò un invito alla lettura della seconda parte del saggio, quella che tratta di senso e riferimento degli enunciati.
Lascio per una prossima volta alcune domande che vanno a toccare i problemi del discorso indiretto che verranno discussi nella settimana dal 3 all'8 novembre (in particolare alcune domande di Monica Gallo e di Annalina, Gianni e Vincenzo).
Rispondo alle domande sulla parte del saggio riguardante l'identità e il problema del senso e del riferimento dei nomi. Rispondo in ordine di arrivo delle lettere; indico il nome di chi ha fatto la domanda e il problema trattato:

(1) Monica Gallo
(a) lo scettico (b) il regno platonico dei pensieri
(2) Ilaria Stellino:
la nostra singolare visione della realtà
(3) Cinzia Collini - Elena Longo:
come giustificare l'oggettività del senso
(4) Desiree Magagnoli:
interpretazione e determinatezza del senso
(5) Mariagrazia, Alessia, Peresson Sara, Dorotea Sara:
calare una teoria in pratica
(6) Mauro Zossi , Sara Dorotea , Sara Peresson -
ancora sul piano pratico
(7)  Antonio Giardino:
l'operazione soggettiva del comprendere
(8) Antonio Giardino:
affinità delle rappresentazioni: senso e tono
(9) prof. Gloria Sica:
Frege e Aristotele
(10) Annarita, Raffaella, Roberto, Virginia:
mediane del triangolo e affinità di rappresentazioni
(11) Raffaella S., Alessandra, Vittoria e Angela:
diversità dei sensi
(12) Alessia e Sarah:
la parola "rappresentazione"
(13)Prof. Francesco Di Palma:
rappresentazione, senso e citazione
(14) Annalina, Gianni e Vincenzo:
il "modo di darsi"

 
PRIMA DI RISPONDERE:
ANCORA UNA VOLTA SULLA TRADUZIONE DI "BEDEUTUNG"

Ricordo che al posto del termine "significato" (in tedesco "Bedeutung") nel testo di Frege usero' "riferimento" (o "denotazione"). Questo serve a evitare equivoci. Infatti alcune domande nascono forse dall'ambiguità del termine fregeano "significato".
Abbiamo discusso a lungo con Eva su come tradurre "Bedeutung" nel testo pubblicato da Laterza. Alla fineabbiamo deciso di tradurre in modo letterale, anche per ricordare la scelta di Frege. Fu una scelta infelice? Forse sì, ma è stata la sua scelta.
Quindi non ce la siamo sentita di tradurre con "riferimento" o "denotazione", anche se parlando in termini di "significato" Frege parla appunto di denotazione o riferimento.
Ma una cosa è tradurre un testo, una cosa è discutere in termini contemporanei delle idee presenti nel testo. Quindi lasciatemi dimenticare la terminologia fregeana e usare "riferimento" (o "denotazione") al posto di "significato".




(1).
NOTA (Monica Gallo): "In [//31//] Frege risponde all'obiezione dello scettico, per il quale non è dimostrabile che esista un qualunque significato. Mi sembra che Frege presupponga l'esistenza dell'oggetto senza giustificarlo."
COMMENTO: Direi proprio di sì: Frege non dimostra nè vuole dimostrare l'esistenza degli oggetti. Ci proverà nel suo sistema formale e questo lo porterà a una contraddizione. Forse ci sarà qualcosa da imparare da questo?

DOMANDA (Monica Gallo): "Per Frege esiste una dimensione dotata di realtà oggettiva (come il mondo noumenico di Kant...)? Da che cosa è costituito questo mondo?"
RISPOSTA: Frege parla di tre regni: il regno oggettivo del fisico, il regno soggettivo del mentale e il regno oggettivo del pensiero. Questo regno è costituito da entità ideali (i  "sensi" delle espressioni linguistiche)  che riusciamo ad afferrare con la nostra mente. Sono entità ideali  che assomigliano più alle idee platoniche che al noumeno kantiano (si parla di "platonismo" fregeano anche per questo). Per quanto magari non in modo completo, possiamo pur sempre afferrare i sensi, i pensieri oggettivi (ad esempio il teorema di Pitagora) e riconoscerli come tali (non esiste il mio teorema o il tuo teorema di Pitagora).

Una versione "laicizzata" del regno del pensiero fregeano (Frege parlava di terzo regno, ma in tedesco il termina ha una accezione non proprio felice) è il terzo regno di Popper, il regno delle costruzioni culturali. A differenza di Frege per Popper le entità culturali sono il prodotto dell'attività umana.


(2).
NOTA (Ilaria Stellino, V A Liceo Democrito): "Posso affermare che A=B se per me esiste un oggetto B identico ad A, ma se esiste per me può non esistere per altre menti umane che agiscono secondo altri criteri di valutazione. Per questa ragione volevo puntualizzare che, secondo il mio parere, il concetto d'identità è descritto sì dal nome, dall'oggetto, ma a manovrare il tutto c'è la nostra mente e la nostra singolare visione della realtà."
COMMENTO: Tocchiamo il problema del solipsismo e delle "altre menti". Frege non ne parla più di tanto. Assume l'esistenza degli oggetti. La nostra mente e la nostra singolare visione della realtà manovra tutto? Quello che Frege cerca disperatamente di mostrare è la ragionevolezza di qualcosa condiviso da tutti, ciò che egli chiama un "tesoro comune" (p.29) costituito da pensieri come ad esempio il teorema di Pitagora o gli altri teoremi della matematica. E' il linguaggio che ci permette questa condivisione. Nell'identità Frege così vuole mettere in gioco quattro cose e non tre: (1) il nome, (2) l'oggetto, (3) il senso, cioè il modo in cui l'oggetto viene presentato e che può venire espresso con il linguaggio, e una volta espresso con il linguaggio può venire condiviso da tutti (4) l'immagine mentale che caratterizza ciascuna persona nella sua singolare visione della realtà.

(3).
DOMANDA (Cinzia Collini - Elena Longo ) "A questo punto ci sorge spontanea una domanda: qual è il "senso comune",  se ognuno di noi nel percepire qualche cosa (una qualunque cosa, come per esempio una parola, cioè un insieme di segni) ha comunque una sua rappresentazione? (...) Ma chi ci dice che il "senso comune" è oggettivo e non soggettivo?"
RISPOSTA: La domanda è la conclusione di una buona argomentazione. Una risposta può essere che il senso è "comune" per definizione; infatti il senso è quello che è condiviso attraverso il linguaggio, quindi non l'immagine che è propria di ciascuno. Ma cosa mi garantisce che il senso sia davvero oggettivo? Frege risponde con una argomentazione alquanto pesante presentata nel saggio "il pensiero" (1918) dove identifica i sensi come entità ideali del "regno dei pensieri". Forse una risposta più ragionevole viene da Wittgenstein che riporta il regno dei sensi sulla terra e dice che il senso di una parola è il suo uso. L'uso di una parola è oggettivo in quanto palesemente condiviso da molti. Anche se l'uso non è un "oggetto" che si possa afferrare; possiamo però descriverlo.

(4).
DOMANDA (Desiree Magagnoli): ... se pongo che qualcuno scriva: "una luce in cielo" pensando ad una stella come significato, il senso dovrebbe essere unico per tutti,  (...) Concludendo: può essere veramente oggettivo il senso? Il senso di un segno può veramente valere per tutti? Oppure Frege ha sottovalutato il problema dell'interpretazione?
RISPOSTA: Non credo Frege abbia sottovalutato il problema dell'interpretazione. Però la relegava nell'ambito del discorso poetico e nei rapporti tra parlanti. Ricordiamoci che Frege sta cercando di costruire un linguaggio preciso e non ambiguo per il ragionamento matematico; quindi chiede che a un segno corrisponda un senso determinato. Questo spesso non accade nel linguaggio comune. Nel linguaggio comune abbiamo così due problemi: (1) a volte una espressione ha diversi sensi; in questo caso, spesso basta che tutti si accordino sul riferimento (vedi la nota su "Aristotele"); (2) a volte una espressione non ha alcun senso determinato. Per lui espressioni come "la volontà del popolo" oppure "una luce dal cielo" non hanno un senso determinato. Il senso è un contenuto informativo che può essere comunicato senza ambiguità. Ove vi è ambiguità non si può individuare un senso chiaro. Occorre dunque fare un lavoro di chiarificazione delle nostre espressioni se vogliamo convogliare un senso determinato (ed è quanto Desiree fa esplicitantoa parole i diversi sensi con cui si può intendere "una luce in cielo").


(5)
NOTA (Mariagrazia, Alessia, Peresson Sara, Dorotea Sara) "...per ogni segno, potremmo trovare numerosissimi sensi e ottenere infiniti significati quindi è impossibile calare la teoria di Frege nella pratica, mentre quella di Hegel sì."
COMMENTO: sul prolema degli infiniti sensi vedi la risposta precedente. Per il giudizio generale: vi sono molti modi per calare una teoria nella pratica. Frege ha inventato la logica matematica e questa ha contribuito a far nascere la società contemporanea, con i suoi linguaggi di programmazione, i suoi computer e i suoi robot. Dire che la teoria di Frege non ha avuto applicazioni pratiche è forse un po' riduttivo.

(6).
NOTA (Mauro Zossi , Sara Dorotea , Sara Peresson ) " la trasposizione di un concetto dal discorso diretto a quello indiretto è influenzato dalle esperienze e dai sentimenti dei singoli interlocutori. [...] Quindi a quanto pare la logica di Frege assume una sua fondatezza sul piano teorico ma non può verificarsi sul piano pratico."
COMMENTO: c'è una continua rincorsa tra i logici e il linguaggio naturale. Frege ha solo fatto un primo passo per mettere un po' d'ordine. E per prima cosa ha detto: occupiamoci solo del contenuto cognitivo-informativo (il senso) e mettiamo da parte i sentimenti e altri aspetti soggettivi. Sono passati più di cent'anni e sono state sviluppate molte proposte di analisi del linguaggio che hanno avuto ispirazione diretta o indiretta alle idee di Frege e che hanno anche risvolti pratici (ad esempio nella pubblicità o nell'analisi delle cause legali). .
Certo mettere le sfumature del linguaggio dentro una struttura rigorosa come la logica sarebbe come mettere un polpo a sedere su una sgabello. Frege però non pretende di tradurre tutto in "logichese", ma solo di indicare alcuni grossi problemi e fornire uno strumento per iniziare a studiarli. Il fatto di aver individuato con chiarezza il problema del discorso indiretto è qualcosa di notevole; a volte individuare i problemi è più importante che fornire soluzioni. Su questi problemi hanno discusso due generazioni di studiosi di tutto il mondo. E hanno trovato a volte soluzioni pratiche, magari molto lontane da quelle di Frege, che aveva, appunto, inventato una serie di domande interessanti (come sono magari più interessanti le vostre domande delle mie risposte).

(7)
DOMANDA (retorica)(antonio giardino): "Frege [...] parla di "collegare un senso all'enunciato" o di "afferrare lo stesso senso": queste operazioni sono soggettive; come potrebbero avvenire se non grazie alla rappresentazione?"
RISPOSTA: E' proprio il problema di Frege, e anche nostro. Nel suo lavoro del 1897 ("logica", in Senso, funzione e concetto, Laterza, 2000, p.136-7) dice che la comprensione è un processo psichico, quindi soggettivo; d'altra parte quello che viene afferrato è un senso, quindi oggettivo (secondo la sua definizione). La conclusione è che il pensare o afferrare sensi è "il processo più misterioso di tutti".
Egli distingue così (i) il processo psichico del pensare, soggettivo e variabile (ii) il pensiero, qualcosa di oggettivo e condivisibile. Per lui la cosa importante è individuare i pensieri veri (ad esempio che 2+2=4); come avvenga la comprensione di questo è una questione a parte, da lasciare agli psicologi. E' un principio metodologico: "per il successo di un'indagine scientifica è essenziale che i problemi che possono essere trattati indipendentemente gli uni dagli altri non vengano mescolati tra loro per non rendere le cose inutilmente complicate."(ivi, p.137). Ancora dallo stesso bellissimo saggio: "Che un individuo ritenga vero o ritenga falso il pensiero che 2+2=4 può dipendere dalla composizione chimica del suo cervello, ma il fatto che questo pensiero sia vero è indipendente da quella circostanza. Se sia vero che Cesare fu assassinato da Bruto non può dipendere dalla struttura del cervello per professor Mommsen".(p.141)

DOMANDA (antonio giardino):"Con quale magia riesce allora a vincolarci quel senso che Frege vuole comune e condiviso, oggettivo in un senso molto forte?"
RISPOSTA: la risposta potrebbe forse darla Wittgenstein più che Frege; non una magia, ma la effettiva condivisione dell'uso dei segni nella comunità linguistica (chi usa i segni in modo diverso infatti è considerato pazzo e non viene capito). (vedi domanda 3)


(8)
DOMANDA (Antonio Giardino) "Mi chiedo: la rappresentazione può essere comunicata attraverso il linguaggio?  [...] Frege nega che il tono sia trasmissibile grazie al senso oggettivo del linguaggio e dice: "se non vi fossero affinità nel modo di rappresentare degli uomini, l'arte forse sarebbe impossibile". È quindi costretto a un'affermazione ontologica forte: gli uomini si rappresentano le cose alla stessa maniera!"
RISPOSTA: Frege parla di affinità non di identità con cui gli uomini si rappresentano le cose. Potremmo dire: abbiamo gli stessi strumenti percettivi, ma ciascuno li modula in modo unicamente suo. Quindi, come Frege riconosce, non è possibile riprodurre con esattezza la rappresentazione che ha in mente l'artista.
Ci si può avvicinare alla rappresentazione che uno ha in mente,  data l'affinità tra gli umani; questo dipende dall'esperienza e dalla condivisione di esperienze (non a caso esistono i "circoli" di artisti, dai poeti ai musicisti).
Ma nella traduzione non si può mai stabilire "con esattezza" la rappresentazione mentale originaria,  il tono e le intenzioni dell'artista. Con la poesia e l'arte entriamo nel campo dell'individuale. Frege è interessato a distinguere tra contenuto informativo che può e deve essere tradotto con esattezza e contenuto emotivo o poetico, che non può avere una traduzione esatta.
Anche il migliore esecutore non ha le stesse esperienze di Chopin; probabilmente ci si avvcina maggiormente rispetto a un cattivo esecutore, ma chi può dirlo? I traduttori della CEE sono interessati a che i contenuti informativi dei documenti vengano comunicati con la massima precisione. Non possono dedicarsi alle sfumature poetiche delle diverse lingue.
PERO' Frege riconosce che nel linguaggio il tono, la colorazione, ha una funzione rilevante. Rivela appunto - anche se non "esattamente" - le intenzioni del parlante. Se ad esempio dico "quel botolo abbaia ogni notte", il contenuto informativo della mia frase è che quel cane abbaia ogni notte, e questo può essere vero o falso, e lo giudicheranno i vigili che vanno a verificare. Ma io faccio anche capire che a me i cani non piacciono, perché uso la parola "botolo" che ha qualcosa di dispregiativo. Ma NON DICO che i cani non mi piacciono. Questi cenni di Frege (sviluppati nel saggio "Logica" del 1897, vedi pagg.130-131) anticipano una distinzione oggi standard tra "quello che si dice" e "quello che si fa intendere".

(9).
DOMANDA (prof. Gloria Sica per la classe V del Liceo Severi): Per far comprendere meglio le idee di Frege [...] potrebbe essere opportuno utilizzare come organizzatori propedeutici i riferimenti al pensiero aristotelico [...] individuati da Agazzi?
RISPOSTA: La ideografia di Frege è il libro più importante in logica dopo gli Analitici (primi e secondi) di Aristotele.  Dunque un confronto è fondamentale.
La distinzione suggerita da Agazzi è suggestiva: nel primo libro Frege imposta il sistema formale; nella sua opera matura "applica" il suo sistema formale alla presentazione (e fondazione) del sapere matematico. E' un lavoro in cui i positivisti logici saranno maestri: dare teorie formali applicate a certi campi del sapere (la fisica, la biologia, ecc.).
La mia impressione è che sia utile partire dal De Interpretatione e dal quadrato delle opposizioni aristotelico, prima di parlare del sillogismo. Il quadrato delle opposizioni è un esercizio fondamentale per allenare il pensiero.
Credo inoltre che in generale vedere le somiglianze e le differenze tra Aristotele e Frege sia molto importante. Entrambi vedono la logica come lo studio del modo in cui controllare la verità dei ragionamenti (argomentazioni, inferenze). Anzi, il sillogismo aristotelico è assunto come una sottoparte propria della logica fregeana. Le differenze principali sono:
(1) la critica che Frege fa all'uso dello schema soggetto/predicato in logica (che per Aristotele è fondamentale) e la sua sostituzione con la dicotomia funzione/argomento; 
(2) lo sviluppo di una logica delle relazioni (che in Aristotele non esiste: il sillogismo riguarda solo le proprietà).
(3) la priorità dell'enunciato sui termini e il rilievo fondamentale dato ai connettivi logici.

Su questo terzo punto, anche solo vedere come il sillogismo di Aristotele viene "tradotto" nella logica di Frege è interessante. E' come se Frege immergesse il sillogismo aristotelico (tutti gli A sono B....) in una struttura logica stoica (se qualcuno è A allora è B). Non c'è bisogno di studiare tanta logica per vedere l'uso del linguaggio logico elementare.

(10)
NOTA (Annarita, Raffaella, Roberto, Virginia) "il punto di intersezione delle mediane è indicato con la lettera "a", con la quale viene anche indicata la prima delle rette"
COMMENTO: Non è esatto. Frege fa una osservazione generale sull'identità e sulla differenza tra a=a e a=b. Poi fa un esempio di identità tra due nomi, che egli prima usa e poi menziona: (notate la differenza tra uso e menzione dei nomi; vedi anche risposta 13) i due nomi sono "il punto di intersezione di a e b" e "il punto di intersezione di b e c". Siamo ovviamente liberi di abbreviare questi due nomi con le lettere che vogliamo. Non siamo obbligati a usare le solite "a" e "b" che venivano date nell'esempio generale, se questo ci crea ambiguità di notazione. Con il nostro esempio specifico possiamo usare, volendo, "g" e "h". Lo scopo dell'esempio resta chiaro: il problema non è il segno arbitrario che usiamo per riferirci a un oggetto (in questo caso un punto) ma il fatto che l'uguaglianza g=h indiche che lo stesso oggetto viene designato o presentato in modo differente, in questo caso tramite due procedure costruttive.

NOTA (Annarita, Raffaella, Roberto, Virginia) Inoltre non siamo d'accordo sul fatto che "se non vi fossero affinità nel modo di rappresentare degli uomini, l'arte forse sarebbe impossibile"; perché è nostra opinione che se ogni individuo vivesse in un compartimento separato da tutti gli altri individui, svilupperebbe comunque, seppur incomprensibile agli altri, una forma d'arte rappresentativa del mondo fisico che lo circonda.
COMMENTO: sul "tono" vedi la risposta (8). Sulla vostra ipotesi non saprei. Prima di tutto non mi pare che segua: il fatto che un individuo viva separato da altri non esclude che abbia affinità nel modo di rappresentare. Quindi, anche se separato, potrebbe essere in parte comprensibile (ha due occhi, una naso e il senso del tatto come tutti noi).
Se poi intendete dire che un individuo possa sviluppare forme d'arte se separato fin dalla nascita dagli umani, credo che la vostra ipotesi sia empiricamente falsa. A quanto si sa, gli individui vissuti fuori da una comunità linguistica (da una comunità umana) non hanno potuto sviluppare alcunché, e hanno assimilato quello che permetteva loro l'ambiente (è famoso un caso di bambine lupo trovate in India se non erro nell'800). Le forme d'arte richiedono una comunità linguistica dove uscir fuori dallo stato meramente naturale della sopravvivenza. A meno di estendere il termine "arte" a ogni tipo di attività (l'arte con cui una leonessa azzanna una zebra, l'arte con cui vola un fringuello o l'arte con cui nuota un delfino). Non mi pare una buona idea. Le parole ci servono a distinguere, non a rendere tutto uguale.

(11).
NOTA (Raffaella S., Alessandra, Vittoria e Angela A. - VA Galilei Manfredonia) se possono sorgere "sensi" diversi in mancanza della presenza  dell'oggetto concreto - individuale...
COMMENTO se intendete dire con "assenza" dell'oggetto il fatto che l'oggetto non sia presente, ma ci si può sempre riferire ad esso, abbiamo il caso discusso da Frege sul nome "Aristotele" (vedi la prima nota del testo). Persone diverse possono attribuire sensi diversi, ma la comunicazione non ha troppo danno se i diversi sensi portano tutti allo stesso riferimento. Se invece non esiste alcun oggetto è difficile dire qualcosa; cosa sono i sensi se non "modi di presentazione dell'oggetto"? Se non vi è oggetto non vi dovrebbero essere sensi. Però, nota Frege, puoi avere delle costruzioni linguistiche ben fatte, che non individuano alcun oggetto, come "il maggior numero naturale" o "la serie meno convergente". Hai un modo per cercare l'oggetto, ma non lo trovi mai perché non c'è (e i bambini imparano quasi subito che dato un qualsiasi numero puoi sempre fare "+1").

L'esempio del canocchiale, come tutte le metafore, ha i suoi limiti. Comunque si può dire che, se non vi è oggetto, non vi è nemmeno alcuna immagine proiettata sulla lente del canocchiale. Possiamo avere immagini retiniche; ne abbiamo sempre; ma in questo caso di nulla. Perchè ci sia un senso ci vuole una espressione linguistica che lo renda accessibile a noi.
Lasciatemi usare un'altra metafora: per Frege il linguaggio fa con il pensiero quello che la vela fa con la navigazione: rende disponibile ai marinai un modo per usare propriamente il vento per rotte più sicure e più ampie. Se non c'è vento, non c'è vela che tenga.

DOMANDA (Raffaella S., Alessandra, Vittoria e Angela A. - VA Galilei Manfredonia) Volendo interpretare la differenza tra Senso e Rappresentazione in termini platonici si può dire che l'Idea corrisponda al Senso?
RISPOSTA: sì

(12)
DOMANDA: (Alessia e Sarah - VA Galilei Manfredonia)
... viene inserita una nota nella quale ci viene consigliato di non usare la parola "rappresentazione " per designare "cose tanto diverse tra loro". Come possiamo collegare, attraverso un esempio, questa nota con l'affermazione fatta in precedenza?
RISPOSTA: non lo so; posso fare una ipotesi. Kant usa il termine "rappresentazione" ("Vorstellung") in due modi, ora per le rappresentazioni oggettive e ora per le rappresentazioni soggettive. Forse Frege qui sta dicendo: le rappresentazioni soggettive e il tesoro comune di pensieri oggettivi sono cose così differenti che è meglio usare il termine "rappresentazione" solo per le immagini soggettive, e usare una parola diversa ("senso" o "Sinn") per quelle che per Kant sono le rappresentazioni oggettive.

(13).
DOMANDA (Prof. Francesco Di Palma (VA Galilei Manfredonia)
La Rappresentazione è solo un'altra via (non semiotica) di approccio all'oggetto (tipo: Mente -Rappresentazione - Riferimento) o è lo sfondo soggettivo, sempre presente,su cui si ritaglia l'oggettività del Senso (io propenderei per quest'ultima)?
RISPOSTA: anche a me sembra che la rappresentazione sia uno sfondo sempre presente, e "fluttuante" come dice Frege. Accompagna sempre il senso; non può non accompagnarlo. Se si pensasse in termini neurofisiologici si potrebbe dire che ogni volta che abbiamo o afferriamo un pensiero (per esempio che 2+2=4)  sicuramente ci sono configurazioni neuronali in certe aree del cervello; e ogni volta saranno un po' diverse; non per questo il senso di 2+2=4 cambia.

DOMANDA (Prof. Francesco Di Palma (VA Galilei Manfredonia)Così un altro punto "caldo" nel seguire l'argomentazione di Frege è la comparsa (che appare appunto improvvisa e immotivata) del tema della citazione. A che serve, nella strategia argomentativa del saggio, introdurre questa differenza tra Senso diretto e indiretto?
RISPOSTA: C'e' sicuramente un riferimento più o meno implicito alla differenza tra "modo formale" e "modo materiale" della teoria medievale della suppositio. Frege parla della differenza tra "uso" e "menzione". Perché ne parla qui? (ha già usato la distinzione parlando delle mediane del triangolo; vedi risposta 10). Ha parlato del fatto che vi possono essere sensi senza la certezza del riferimento (espressoni come "la serie meno convergente") e ora cerca altre "stranezze" o eccezioni. Questo cenno fatto di passaggio diverrà il cardine di una critica alla sua teoria del senso degli enunciati. Quindi per ora fermiamoci e rimandiamo dopo.

(14).
DOMANDA (Annalina, Gianni e Vincenzo(V A Liceo scientifico " G.Galilei" di Manfredonia)
"... Intende, forse, con "modo di darsi" il modo in cui l' oggetto appare ai sensi? In tal caso come spieghare l'affermazione //29// in cui appare chiaro che è il significato a denotare l' oggetto percepibile ai sensi?"
RISPOSTA: Come definire il "modo di essere dato di un oggetto"? Questo è uno dei punti nodali, che hanno dato filo da torcere a esegeti e commentatori. Provo a rispondere.
 Il significato (Bedeutung, denotazione, riferimento) è - per definizione - l'oggetto a cui una parola si riferisce, dunque è ciò che viene percepito dai sensi della vista, del tatto, ecc. A pag. 29 Frege ricorda questo. Un oggetto fisico può essere percepito da diversipunti di vista (e Venere è appunto un esempio). Questi punti di vista o "modi di darsi" dell'oggetto possono essere anche percettivi (non è così per gli oggetti della matematic: non "percepisco" i numeri come percepisco gli oggetti fisici).

Ma occorre distinguere da il caotico e sempre diverso flusso delle percezioni e qualcosa di invariante che possiamo esprimere con il linguaggio. Ciascuno di noi vede Venere al mattino in modo diverso, sotto una diversa angolatura, con diversi gruppi di neuroni del suo cervello che si attivano a partire dai fotorecettori della retina. Ma che Venere sia il corpo luminoso che appare per primo alla sera è un possesso comune di tutti noi
Il senso è questo aspetto invariante che viene espresso nel linguaggio, e per questo può essere condiviso. Nella proliferazione di impressioni, sensazioni e altro, qualcosa di invariante viene fissato con una espressione linguistica.
(In queste riflessioni prescindiamo dal fatto.che oggi il corpo luminoso che appare per primo alla sera è Marte, e questo è un fenomeno stupendo che dovrebbe renderci felici di vivere in questo secolo; Frege, se lo avesse saputo, sarebbe stato un po' più attento a distinguere tra nomi propri e descrizioni).