1° GRUPPO DI LETTURA GUIDATA  - "Senso e riferimento" di G.Frege   - Tutor: prof.Carlo Penco

- SUGGERIMENTI PER LA 2^ SESSIONE DI LETTURA -
(pp. 32-35 )

Frege definisce nella prima parte del saggio cosa intende per senso e riferimento dei nomi propri o comunque dei termini singolari (termini che si riferiscono a un solo oggetto individuale, come "la stella del mattino", "il punto di intersezione delle mediane", "Aristotele", ecc.). NON parla in questo saggio del senso e del riferimento dei predicati, ma è presto fatto: il riferimento è un concetto (che ha come estensione una classe) e il senso è il modo di darsi di questo concetto [definizione analoga al senso e riferimento dei nomi, unito alla teoria dei concetti di Frege, di cui non vorrei parlare qui]. La parte del testo di questa settimana è la parte in cui Frege definisce cosa intenda per senso e riferimento degli enunciati. Prima di tutto metto alcune domande per aiutare a leggere questa parte del testo. Poi aggiungo alcuni noiosi commenti, che i volonterosi potranno leggere per trovare altre idee. Ma non chiedo di leggere i commenti; leggete prima di tutto il testo di Frege e fatevi (e fatemi) delle domande.  Se Frege abbia ragione o no è tutto da discutere (e ancor oggi viene discusso). Ma prima di dargli ragione o torto cerchiamo di capirlo.

DOMANDE

1- Perchè Frege vuole dare una definizione di senso di un enunciato assertorio (32)?

2. Da quali premesse e con quale argomentazione riesce a concludere che il senso di un enunciato è un pensiero (32)?

3. Da quali premesse e con quale argomentazione riesce a concludere che il riferimento di un enunciato è un valore di verità (32-33)?

4. Come fa Frege a identificare nome e enunciato e quali conseguenze ha questo (33-34)?

4. Cosa vuol dire dicendo che "è vero che 2+2=5" equivale a asserire 2+2=5? (34-35)

5. Cosa intende per principio di sostitutività? Da chi lo deriva? (35)

6. A cosa gli serve il principio di sostitutività?



 COMMENTI:

        Nella sua prima opera (Ideografia 1879) Frege inizia dicendo che la sua scrittura logica tratterà il contenuto giudicabile, cioè ciò che può essere giudicato vero o falso. Quindi non una parola da sola come "casa" o "scuola", ma solo di enunciati completi come "mi piace stare a casa" e "non mi piace la scuola".
Gli enunciati sono dunque il punto di partenza del lavoro di Frege; anche le domande sui nomi hanno senso solo a partire dagli enunciati completi (si noti che l'inizio del saggio tratta di un tipo di enunciati: gli enunciati o asserti di identit�). Un principio metodologico da lui presentato nella suo secondo libro del 1844 (Fondamenti dell'aritmetica) stabilisce che "una espressione ha significato solo nel contesto di un enunciato". Questo principio viene chiamata "principio del contesto" ed ha avuto un ruolo centrale nello sviluppo della filosofia del linguaggio.
     Ma le sue prime due opere precedono la distinzione di senso e riferimento; quindi non basta più a Frege parlare di "contenuto giudicabile" o di "contenuto" egli enunciati. Egli vuole definire cosa si intende per senso e riferimento di un enunciato. A questa definizione è dedicata la seconda parte del saggio.
   Frege elabora due argomenti diversi, uno per il senso e uno per il riferimento. Poi prosegue su altro problemi.


1. SENSO DI ENUNCIATI  In un passaggio denso e un po' veloce a pag. 32 Frege  assume il principio per cui se una persona può ragionevolmente credere un enunciato vero e un altro falso, allora questi enunciati esprimono diversi pensieri. Una persona può ragionevolmente credere che sia vero che la stella del mattino sia un pianeta e che sia falso che la stella della sera sia un pianeta (è solo ignorante, non irrazionale). Quindi i due enunciati "la stella del mattino è un pianeta" e "la stella della sera è un pianeta" esprimono due diversi pensieri. Ma la unica diversità nei due enunciati è che in essi si trovano espressioni con lo stesso riferimento con diverso senso. Quindi, conclude Frege, dobbiamo definire il pensiero = il senso dell'enunciato.


2. RIFERIMENTO DEGLI ENUNCIATI Per la definizione del riferimento Frege segue una strada un po' più tortuosa, partendo da una discussione su enunciati che contengono termini di dubbio riferimento, come "Ulisse sbarcò a Itaca". La discussione è a pagg.32-33. "Ulisse" è un nome con senso, ma privo di riferimento. E' un nome usato nella poesia, ma non nella scienza. Se si ritenesse che Ulisse fosse veramente esistito cambieremmo atteggiamento e ci preoccuperemmo della verità dell'enunciato, verità che non ci interessa se lo consideriamo come espressione poetica. Frege sostiene che siamo interessati al riferimento di un enunciato (il valore di verità) se siamo interessati al riferimento delle parti componenti. Quindi è ragionevole pensare che il riferimento di un enunciato sia il suo valore di verità (p.34)


3. PRINCIPIO DI COMPOSIZIONALITA' Con l'argomentazione precedente, a fine pag.33 Frege accenna a un principio fondamentale della semantica, che viene usato nelle sue argomentazioni precedenti: il principio di composizionalità. Per il principio di composizionalità il riferimento del tutto è funzione del riferimento delle parti (per questo sostituendo parti con lo stesso riferimento il riferimento del tutto non dovrebbe cambiare; ma vedi al punto 5)


4. TESI DI EQUIVALENZA (p. 34-35) Dopo la discussione su senso e riferimento di enunciati Frege enuncia quello che si può chiamare "tesi di equivalenza": "p" è vero se e solo se p. Dire che un pensiero è vero equivale ad asserire il pensiero. Il punto che Frege vuole fare qui è che la parola "vero" non funziona come un predicato, il vero non è un concetto (anzi, per lui il vero è un oggetto, dice poco prima). Usare la parola "è vero" è un altro modo per esplicitare la forma dell'enunciato assertorio (a differenza, ad es. di quello interrogativo). Ci informa del modo in cui noi trattiamo il contenuto concettuale. Dire che "è vero che 2+2=4" equivale ad asserire 2+2=4, comporta che la funzione dell'espressione "è vero che" è quella di esprimere una azione mentale, l'azione di giudicare o riconoscere la verità (in questo caso di giudicare 2+2=4 o riconoscere la verità di 2+2=4).
Frege introduce qui un concetto centrale del suo pensiero, il concetto di "forza (assertoria)". La forza assertoria ha un segno speciale nella sua ideografia. Usare questo segno comporta esprimere l'atto mentale del giudizio, e quindi eseguire un atto linguistico. Queste riflessioni anticipano in nuce la teoria degli atti linguistici, che diverrà un tema importante in filosofia del linguaggio, linguistica e psicolinguistica  nella seconda metà del XX Secolo (ed è discusso ancora oggi).

5. SOSTITUTIVITA' A pag. 35 Frege introduce un altro strumento che diverrà centrale nella filosofia del linguaggio successiva, il principio di sostitutività. Ricordo che Leibniz aveva due principi fondamentali:
(i) il principio di identità degli indiscernibili: se due cose sono indiscernibili, allora sono identiche
(ii)  il principio di indiscernibilità degli identici: se due cose sono identiche sono indiscernibili.
Il principio di sostitutività di Leibniz è una applicazione particolare di (i). Cosa vuol dire infatti essere indiscernibile? Avere tutte le proprietà in comune. Quindi anche avere la proprietà di sostituirsi a un altro termine lasciando inalterata la verità dell'enunciato in cui compare. Il principio leibniziano sarà dunque: se due espressioni si possono sostitutire in tutti gli enunciati senza che cambi il valore di verità, allora esse sono identiche (eadem sunt quae unum alteri substitui possunt salva veritate).
Frege generalizza il principio e lo applica nella direzione contraria: se due espressioni hanno lo stesso riferimento, allora si possono sostituire in un enunciato e il valore di verità non cambia.
Questa applicazione del principio di sostitutività gli serve come test per verificare se il principio di composizionalità (3) funziona. Infatti per verificare la composizionalità occorre verificare se, sostituendo una espressione con un'altra coreferenziale, la verità del tutto non cambia. Se è così allora questa è una conferma che la verità è il riferimento e che il riferimento del tutto dipende dal riferimento delle parti. Se sostituisco una parte con lo stesso riferimento e diverso senso, allora il riferimento del tutto non deve cambiare. Quello che rimane inalterato è la verità del tutto, dunque la verità si può considerare il riferimento dell'enunciato.

Si può fare l'esempio seguente prendendo un enunciato e sostituendo in esso un termine con un altro con lo stesso riferimento e diverso senso:
da: la stella della sera è un pianeta
e: la stella della sera = la stella del mattino
deve seguire:
la stella del mattino è un pianeta (vero)