Carlo Penco

Dipartimento di Filosofia- Universita' di Genova
penco@unige.it

Ragione e pratica sociale: l'inferenzialismo di Robert Brandom

http://www.lettere.unige.it/sif/strutture/9/epi/hp/penco/pub/MIE.htm
Draft of a paper to be published in "Rivista di Filosofia"

Il gioco di Brandom

Solo chi ama il baseball puo' scrivere un libro cosi'1. L'idea di fondo del libro e' la seguente: il gioco linguistico fondamentale - quello che ci caratterizza come agenti razionali, e' il gioco di dare e richiedere ragioni; questo gioco e' basata sulla nostra attivita' di "tenere i punti" delle azioni altrui, come si tengono i punti delle azioni altrui nel baseball2. Siamo fondamentalmente degli "scorekeepers", persone che si segnano i punti per ogni azione che fanno gli altri partecipanti al gioco: Giorgio ha detto che va al ristorante? Segno un punteggio: Vero che Giorgio va al ristorante, e questo vuol dire che ha soldi e ha fame e che paghera' e mangera' (capisco le condizioni che rendono possibile la sua asserzione e le conseguenze cui Giorgio si impegna ad accettare).
Il libro, basato su questa idea di fondo, e' una discussione ad ampio raggio delle problematiche pi˜ scottanti della filosofia del linguaggio, della filosofia della mente e dell'epistemologia contemporanea. E' un libro controcorrente per la sua rivalutazione degli aspetti normativi rispetto alla tendenza alla naturalizzazione nella filosofia contemporanea; e' controcorrente anche per la diffidenza sulle teorie del riferimento diretto che sono una delle strutture portanti della filosofia americana dopo i lavori di Kripke, Putnam e Kaplan. E' controcorrente perchÈ e' altamente sistematico e costruttivo. E' inoltre un tentativo di ampia sintesi di diversi filoni di pensiero apparentemente antagonisti, come il razionalismo fregeano, il pragmatismo di Sellars e l'antropologismo di Wittgenstein (tanto per dare etichette che mostrano aspetti apparentemente incompatibili degli autori in questione). E' un libro che ha gia' fatto molto discutere e vale forse la pena di iniziare a studiarlo individuando il suo background culturale.


Gli autori di Brandom

Tempo fa Dummett3 pubblico' un articolo intitolato "puo' la filosofia analitica essere sistematica e deve esserlo?". Il libro di Brandom, non a caso denso di riferimenti allo stesso Dummett, e' un esempio di risposta positiva a questa domanda. Making it explixit e' un testo non solo sistematico, ma anche altamente architetturale; ed a volte l'architettura soffoca l'argomentazione, per i continui rimandi ai capitoli successivi e alla struttura del lavoro che, invece di aiutare il lettore, hanno spesso l'effetto di appesantire oltremodo la trama. Ma, con una certa dose pazienza, l'esplorazione di questa architettura puo' dare buoni frutti. Viene facile fare una analogia con i libri altamente architettonici della filosofia classica tedesca da Kant a Hegel, non a caso spesso citati e discussi insieme a Frege. Il riferimento a Kant e' ormai un richiamo quasi inevitabile nella filosofia analitica angloamericana dopo Strawson e soprattutto McDowell di Mind and the World. Il richiamo a Hegel si situa nella generale corrente favorevole all'idealismo che alberga all'Universita' di Pittsburgh, dove lavora anche Nicholas Rescher4, che di un ritorno all'idealismo e' stato parziale fautore. Nello stesso tempo viene dato ampio spazio a Wittgenstein, il filosofo piu'asistematico per eccellenza. Ma di Wittgenstein Brandom non prende l'aspetto asistematico e antifondazionalista; al contrario il suo obiettivo e' dare sistematicita' ad alcune idee di Wittgenstein.
Tutta la riflessione filosofica, con questi fondamentali riferimenti storici, viene filtrata attraverso alcune intuizioni essenziali di Sellars, filosofo pragmatista e fonte di ispirazione principale del libro, e dello stesso titolo. Il titolo richiama infatti quello che Sellars chiama "metodo socratico", cioe' quel metodo che "serve allo scopo di rendere esplicite le regole che abbiamo adottato per il pensiero e l'azione"5. Forse e' il caso di ricordare che Sellars e', tra tutti gli autori statunitensi, quello che piu'ampiamente si rifa' a Kant, anzi, quello il cui scopo esplicito era "spostare (usher) la filosofia analitica dalla fase humeana alla fase kantiana". Kant, Frege e Wittgenstein vengono cosi' filtrati attraverso la lettura di Sellars; e in particolare i "giochi linguistici" di Wittgenstein vengono in parte abbandonati a favore della centralita' del "gioco di chiedere e dare ragioni", che e' il vero segno della razionalita' e del linguaggio.
Oltre a Dummett (che e' presente dietro gran parte delle analisi dedicate all'inferenza e alla sostitutibilita') e David Lewis (che fornisce a Brandom l'idea dello "scorekeeping") i due autori contemporanei che hanno forse l' influenza piu'profonda sul pensiero di Brandom sono, McDowell e Chastain. Chastain fornisce a Brandom l'idea chiave che la rigidita' (concetto introdotto da Kripke e Kaplan per denotare il comportamento di nomi propri e indicali in contesti modali) puo' essere compresa come un fenomeno basato sull'anafora; e il tema dell'anafora diviene una parte centrale del libro, fino a diventare l'ossatura del capitolo in cui Brandom arriva a una definizione pragmatica della nozione di oggettivita'. L'influenza di McDowell e' piu'vasta e emerge nelle interpretazioni di Wittgenstein e nella discussione sulla normativita'; questo non vuol dire che McDowell e Brandon la pensino allo stesso modo; ma il tipo di problemi toccato e la direzione presa hanno molto in comune.

Contro l'idea di rappresentazione: il progetto di Brandom

Brandom e' allievo di Richard Rorty, che - con La Filosofia e lo specchio della Natura - ha basato la sua fortuna filosofica sulla critica alla centralita' del concetto di rappresentazione in filosofia. Questo e' uno dei temi principali del lavoro di Brandom che tenta una ricostruzione della semantica senza usare il concetto di rappresentazione come primitivo. Il compito piuttosto ingrato e pesante di sostituire il concetto di rappresentazione e di servire da base su cui costruire alla fine i concetti di verita' denotazione e riferimento e' il concetto di inferenza. Questo progetto viene svolto in due passi:

1) La strategia che caratterizza il libro e' mostrare il passaggio dall'implicito all'esplicito; il primo passo e' mostrare questo passaggio per quanto riguarda il linguaggio in generale. La dimensione normativa del linguaggio viene istituita dalla pratica sociale e non e' riducibile a una analisi meramente descrittiva; gli atti linguistici, in particolare l'asserzione, sono spiegati nei termini degli impegni e dei diritti 6che essi implicitamente comportano. Come rendere esplicita questa struttura di impegni e diritti che caratterizza la pratica linguistica come "pratica del chiedere e dare ragioni"? La proposta e' una semantica del ruolo concettuale inteso come ruolo inferenziale: il significato di un enunciato viene definito come l'insieme delle premesse e delle conseguenze che un parlante ha l'impegno e il diritto di riconoscere. Questa prospettiva permette di mostrare la specificita' delle pratiche genuinamente concettuali all'interno del genere piu'ampio delle pratiche sociali pre-concettuali (pur sempre legate a una struttura normativa di impegni e obblighi). In cosa consiste tale specificita'? La risposta a questa domanda costituisce la base della discussione successiva: le pratiche concettuali vere e proprie, o se vogliamo le pratiche specificamente linguistiche, implicano non solo impegni e diritti, ma anche gli atteggiamenti di attribuire impegni e obblighi ad altri e di sottoscrivere (undertaking) in prima persona impegni e obblighi definiti da altri (distinguendo gli impegni cui si ha diritto e quelli cui non si ha diritto).

2) Definita con un certo livello di dettaglio la struttura inferenziale del gioco del chiedere e dare ragioni, sulla base non solo degli stati normativi (impegni e diritti) ma anche sulla base degli atteggiamenti normativi (attribuire e assumere tali impegni e diritti), la seconda parte del libro e' dedicata a spiegare la dimensione rappresentazionale nei termini della dimensione inferenziale . Il vocabolario richiesto e' quello che e' servito nella prima parte a dare la struttura inferenziale della pratica concettuale. Nella seconda parte vengono definiti su quella base i concetti di verita', denotazione e riferimento, per arrivare a una ricostruzione del concetto di oggettivita'. C'e' una specie di ascesa per cui da un primo livello in cui si parla solo di impegni e diritti si passa a un secondo livello in cui si parla di attribuire e sottoscrivere impegni e diritti fino a un terzo livello in cui tratta di interpretare il comportamento dei membri di una societa' come tale da implicare i due livelli precedenti. Solo a questo terzo livello arriviamo alla piena autocoscienza (quasi hegeliana) di esseri razionali, alla piena esplicitazione logica di quella struttura che caratterizza gli animali razionali che noi siamo.

In estrema sintesi la struttura le libro e' dunque la seguente:
1) una semantica inferenziale basata su una pragmatica normativa definisce il contenuto concettuale in termini di articolazione inferenziale.
2) questa impostazione generale viene estesa fino a includere una spiegazione dei concetti di rappresentazione e di oggettivita'.

Il progetto e le idee

Come ogni progetto architetturale il libro di Brandom va valutato sulla base della struttura che lo regge e sull'effettivo adempimento degli obbiettivi proposti. Ma va valutato anche per le singole idee che vengono sviluppate nell'esecuzione del lavoro come suoi nuclei concettuali portanti, e che hanno anche un valore autonomo rispetto al progetto nella sua globalita'. E, all'opposto, va valutato anche per gli aspetti problematici che non necessariamente fanno crollare il progetto globale. Il problema e' che un libro di 700 pagine contiene molte idee, ed e' anche facile trovare piccole sviste e fraintendimenti; potrei fermarmi su questi, ma renderei un cattivo servizio al lettore, facendogli perdere tempo in dettagli che fanno perdere il senso di fondo del lavoro. In quanto segue, prima di tentare una valutazione dell'approccio di Brandom, tocchero' tre temi centrali del libro che aiutano a collocarlo per contrasto rispetto a altri diversi approcci presenti nella filosofia contemporanea:
- il concetto di significato come inferenza, base della visione per cui conoscere il significato e' conoscere la dimensione sociale dell'uso delle parole, cioe' gli impegni e gli obblighi impliciti in una pratica linguistica. Qui l'interlocutore privilegiato e' la filosofia del linguaggio e della mente "classica", imperniata sul concetto di rappresentazione, da Putnam a Fodor).
- la concezione della conoscenza che deriva da questa visione e che comporta l'accettazione parziale di alcune idee dell'epistemologia affidabilista reinterpretate in un approccio normativo (e qui 'interlocutore privilegiato e' Goldman).
- la discussione sul ruolo fondamentale dell'anafora (e della sostituzione) nel trattare gli aspetti del linguaggio che normalmente sono trattati come direttamente referenziali (e qui l'interlocutore privilegiato e' Kripke).

Significato e inferenza

L'idea che il significato e' l'uso e' un'idea vaga che e' stata interpretata in modi diversi nella storia della filosofia analitica; Brandom ne sviluppa una versione particolarmente strutturata, che parte dalla centralita' dell'enunciato, o meglio dalla idea della priorita' dell'enunciato come mossa minima del gioco linguistico (Wittgenstein) come erede della visione kantiana della priorita' del giudizio sui concetti ripresa e sviluppata da Frege. Una delle idee portanti del lavoro e' l'analisi wittgensteiniana del seguire una regola interpretata come un "pragmatismo delle norme": le norme rese esplicite come principi sono comprensibili solo sullo sfondo di norme implicite nella pratica dei parlanti. Ma Wittgenstein viene criticato almeno su due punti fondamentali: (i) Wittgenstein sbaglia nel ritenere che il suo "pragmatismo delle norme" sia incompatibile con una descrizione della pratica discorsiva basata sulla interpretazione (data in termini inferenziali) delle emissioni altrui. (p.591) (ii) l'idea di linguaggio che emerge da alcuni esempi di Wittgenstein (come quello dei muratori degli inizi delle Ricerche Filosofiche) ammette una visione del linguaggio come mera emissione di suoni e reazioni ma senza la dimensione inferenziale le norme implicite in un insieme di pratiche sociali non possono essere considerate propriamente linguistiche.
L'ispirazione wittgensteiniana deve dunque essere moderata (o arricchita) con la lezione fregeana. Se il punto di partenza dell'analisi deve dunque spiegare il significato o il contenuto concettuale di un enunciato, o "contenuto proposizionale" nei termini del suo uso, il passo successivo e' dato dall'idea espressa da Frege nella Ideografia (1879) per cui il "contenuto concettuale" e' definito nei termini del suo ruolo inferenziale: due enunciati hanno lo stesso contenuto se hanno le stesse conseguenze. Spiegare il significato di un enunciato come ruolo inferenziale aiuta immediatamente a eliminare la falsa e tradizionale idea che i concetti precedono i giudizi, e che la unica base della nostra conoscenza concettuale e' la disposizione a reagire in un certo modo a certi stimoli. Questa base e' ovviamente essenziale per ogni giudizio di percezione, ma non e' sufficiente a definire un concetto: un pappagallo o un sensore possono reagire sempre allo stesso modo di fronte a un oggetto rosso, ad esempio emettendo il suono "questo e' rosso"; non per questo attribuiamo loro il concetto di rosso. Perche'? perche' non hanno la padronanza delle conseguenze inferenziali di "questo e' rosso", come ad es. "quindi questo e' colorato" o "quindi questo non e' verde", inferenze che caratterizzano la padronanza del concetto "rosso". Questo argomento e' preso da Sellars, da cui Brandom prende altri spunti fondamentali per questa discussione, primo tra tutti la concezione il ruolo fondamentale dato all'inferenza materiale. Vediamolo.
Il contenuto concettuale come ruolo inferenziale non comporta l'adesione a una visione formalista dell'inferenza. Per il formalista l'articolazione inferenziale e' articolazione logica e ogni tipo di inferenza va ridotta a inferenza logica; ad esempio "piove quindi sara' bagnato" e' considerata un entimema, con premessa nascosta, e quindi una normale applicazione del modus ponens (se piove sara' bagnato, piove, quindi sara' bagnato). Questo atteggiamento induce a considerare le regole logiche come innate, posizione rifiutata da Brandom. L'alternativa e' scegliere di dare un ruolo costitutivo a quello che Sellars definisce "inferenza materiale", la cui correttezza implica essenzialmente il contenuto concettuale non logico. Ad es. nella inferenza "se Vienna e' a Est di Venezia , Venezia e' a Ovest di Vienna" e' il significato dei termini non logici "Est" e "Ovest" che rende valida la inferenza. Afferrare il significato di questi concetti comporta approvare questo tipo di inferenze, a prescindere da ogni esplicita competenza logica.
Una teoria del contenuto come ruolo concettuale dovra' applicare la potenza dell'armamentario logico (e qui Brandom fa riferimento alla generalizzazione che Dummett fa delle definizioni dei connettivi logici di Gentzen). L'introduzione del vocabolario logico ha il potere di rendere esplicite le pratiche che governano le inferenze materiali. Queste pratiche sono le pratiche con cui le persone si impegnano nel sostenere le inferenze materiali, le pratiche in cui una inferenza viene trattata come corretta o come scorretta; queste pratiche precedono l'uso dei concetti logici e formano la base su cui viene definito ed esplicitato il concetto di inferenza e l'idea di inferenza corretta. Il "sapere che" riposa sul "sapere come".
Ogni semantica del ruolo inferenziale si scontra con il problema dei contenuti empirici; una risposta a questo problema viene data dal modello generale sviluppato sulla scia delle idee di Dummett. Il modello generale consiste nel trattare il contenuto di una espressione linguistica come l'insieme delle circostanze e delle conseguenze della sua applicazione. Nel caso dei concetti empirici, tra le circostanze in cui l'espressione e' correttamente applicata dovremmo includere non solo le possibili premesse inferenziali, ma anche le circostanze percettive noninferenziali. Detto di passaggio, questa risposta permette di rispondere ai dilemmi di Putnam sul significato di "acqua" sulla terra e sulla terra gemella; se il significato e' inteso come l'insieme delle circostanze e delle conseguenze dell'applicazione corretta di un termine, allora "acqua" sulla terra e sulla terra gemella avranno diverso significato perche', se pure ogni espressione contenente il termine "acqua" potra' avere le stesse conseguenze, il termine "acqua" e' correttamente applicato in due circostanze percettive differenti quella in cui "acqua" si riferisce a H2O e quelle in cui "acqua" si riferisce a XYZ.
Il concetto di contenuto concettuale e' stato ridotto a ruolo inferenziale e il concetto di inferenza e' stato fondato sulle pratiche sociali di ritenere corretto o scorretto, idea espressa da Wittgenstein nella sua discussione sul seguire una regola. Questa strada pero' suggerisce di connettere piu'chiaramente i contenuti concettuali alle norme istituite dalla pratica sociale: le inferenze sono pratiche in cui ci impegniamo e che definiscono un ambito normativo. L'approccio inferenziale della semantica deve interagire con 'approccio normativo della pragmatica. Questa interazione porta a una ridefinizione dei tradizionali temi della conoscenza, ed e' questo i punto che veniamo ora a discutere.

Oltre l'epistemologia naturalizzata

Dare una spiegazione del linguaggio e dei contenuti concettuali in termini di pratica sociale impone di riscrivere un intero vocabolario che normalmente inverte l'ordine di spiegazione. Brandom costruisce il suo vocabolario base distinguendo due stati e due atteggiamenti che esprimono la struttura normativa della pratica sociale: i due stati deontici sono impegno e diritto (commitment e entitlement); i due atteggiamenti sono la attribuzione e la assunzione di tali stati (attributing e undertaking). Invece di parlare di "stati intenzionali" si parlera' dunque di "stati normativi", invece di parlare di "credenza" si parlera' di "impegno (doxastico)" e invece di parlare di conoscenza come "credenza vera e giustificata" si parlera' di "impegno assunto come vero, e diritto a tale impegno".
La conoscenza e' dunque uno stato complesso in cui una persona si impegna discorsivamente a certe conseguenze e nello stesso tempo ha il diritto di sostenere quello che dice sulla base di altre inferenze (e circostanze non inferenziali). Ma l'intreccio delle pratiche sociali non ammette che vi sia conoscenza senza attribuzione di conoscenza: la conoscenza non e' uno stato che qualcuno ha in isolamento dal resto della societa', ma e' qualcosa che viene acquisito insieme al suo riconoscimento: la conoscenza e' inestricabilmente intrecciata alla attribuzione di conoscenza; ma chi attribuisce conoscenza ad altri al tempo stesso da' il suo assenso, cioe' riconosce egli stesso gli impegni (le conseguenze) che l'asserto di conoscenza comporta (cosi' formulata la tesi mi pare un po' forte; si potrebbe dare in forma piu'ristretta sostenendo che se io dico che x sa che p, con questo mi impegno ad aderire alle conseguenze di p, anche se non sapessi trarle).
Ma cosa costituisce la conoscenza, in cosa si distingue dalla mera credenza? La risposta tradizionale - che risale a Platone - e' che, per essere considerata conoscenza, una opinione o credenza, oltre che essere vera, deve essere giustificata. Dopo la crisi della visione tradizionale (Conoscenza come Credenza Vera Giustificata) provocata dai paradossi di Gettier7, una delle risposte piu'accreditate e' l'affidabilismo: una credenza vera e' conoscenza se e' ottenuta con mezzi affidabili (ove per mezzi affidabili si puo' intendere ad esempio un sistema percettivo in condizioni ottimali e in ambiente adeguato). Brandom riporta un esempio di Goldman usato per criticare le teorie causali della conoscenza (che richiedono l'esistenza di una catena causale che provochi l'input che porta all'asserzione vera): l'esempio dei fienili trompe-l'oeil. Due soggetti normali sono di fronte a due veri fienili; ma uno dei due si trova nella regione dei fienili trompe l'oeil, dove il 99% dei fienili sono artistici trompe l'oeil che non e' possibile distinguere da veri fienili. Entrambi i soggetti sono nella stessa catena causale (stimoli visivi di forma e colore che provocano il giudizio "c'e' un fienile di fronte a me"); ma di uno diciamo che ha conoscenza e dell'altro (quello nella regione di fienili finti) no, perche' e' un puro e rarissimo caso che si trovi di fronte a un fienile vero e non un fienile finto. Cio' che distingue i due soggetti non e' la catena causale, ma la condizione di sfondo, cioe' la presenza di fienili finti nelle vicinanze del secondo soggetto, cosa che non ha nulla a che fare con la catena causale. Per definire la affidabilita' di una credenza, oltre alla catena causale occorre la probabilita' oggettiva che la credenza sia vera, probabilita' legata non solo alle proprieta' percettive dell'individuo, ma anche alle circostanze.
Brandom accetta la critica di Goldman alla teoria causale della conoscenza, ma rifiuta le conseguenze naturaliste della sua posizione, per cui l'epistemologia non e' una questione normativa, ma meramente descrittiva, che definisce la conoscenza dando le probabilita' oggettive della verita' di un asserto, date certe circostanze. Infatti le probabilita' oggettive dipendono sempre da una classe di riferimento, e la scelta della classe di riferimento e' una questione di carattere normativo. "Affidabile" significa dunque "affidabile relativamente a una classe di riferimento": relativamente alla regione dei finti fienili il soggetto non e' affidabile; relativamente alla nazione in cui la regione e' inserita il soggetto e' affidabile. Ma l'affidabilismo non puo' darti i criteri con cui scegliere la classe di riferimento; questi criteri fanno parte della pratica sociale in cui la conoscenza viene attribuita e definita.
La critica a Goldman viene sviluppata in diversi articoli8 dove insiste sulla necessita' di distinguere tra risposte affidabili (comuni a umani, pappagalli, sensori, minerali, ecc.) e genuine credenze percettive che richiedono l'applicazione di concetti e di inferenze (si ricordi la distinzione di Sellars tra un sensore e un umano che affidabilmente emettono "e' rosso" di fronte a cose rosse). La comprensibilita' di eventuali strani esempi di conoscenza basati sulla affidabilita' senza giustificazione e' dipendente dalla comprensione della conoscenza come una attivita' che e' basata sulla "pratica di chiedere e dare ragioni". L'affidabilismo e' considerato una posizione "esternista" perche' considera il concetto di "affidabilita'" come ragione esterna al soggetto conoscente; ma di fatto quello che fa l'affidabilista e' dare una ragione alla persona (lui stesso) che attribuisce conoscenza. Se la teoria della conoscenza richiede come fondamento la teoria della attribuzione della conoscenza, la lezione che si trae dall'affidabilismo e' che arricchisce l'idea di "gioco del chiedere e dare ragioni" con l'idea di inferenza basata sulla affidabilita': chi attribuisce conoscenza puo' attribuirla perche' inferisce dal fatto che una persona affidabile (anche se non lo sa) crede che p e p e' vera, che tale persona sa che p. L'attribuzione di conoscenza e' sempre inferenziale, in un modo che rispecchia l'idea che il contenuto concettuale e' sempre inferenziale perche' ogni contenuto concettuale, come ogni credenza, si puo' dare solo all'interno di quello che Sellars (e McDowell dopo di lui) chiama lo "spazio delle ragioni9".

sostitutizione, anafora e riferimento diretto

Frege non suggerisce a Brandom solo l'idea del contenuto concettuale come potenziale inferenziale, ma anche la strategia generale di come parlare di oggetti e di riferimento: la mossa fondamentale di Frege nel problema della individuazione di oggetti e' quella di analizzare gli asserti di identita', tali da permettere la sostituzione delle espressioni. Cio' che si rende esplicito in un asserto di identita' come a=b e' l'impegno in una struttura di inferenze che impongono di impegnarsi a sostenere Pa ogni volta che si sia impegnati in asserire Pb e viceversa. Per parlare di oggetti occorre un criterio per riconoscere l'oggetto come lo stesso; riconoscere un oggetto come lo stesso deve essere compreso in termini di sostitutivita'. Ma la sostitutivita' funziona normalmente con termini come descrizioni definite e nomi propri che non cambiano riferimento al cambiare di circostanza; piu'problematica e' la situazione dei dimostrativi (come "questo", "quello", "lui", ecc.) il cui riferimento cambia a seconda del contesto di emissione. L'analisi di questi termini e' stata una delle principali conferme e generalizzazioni della teoria del riferimento diretto di Kripke e Putnam, dell'idea cioe' che il riferimento di nomi (o tipi naturali) non dipende dal significato, ma e' dato da una relazione diretta tra il nome e l'oggetto. Cosi' per capire cosa e' il riferimento di "quello" o di "lui" devo vedere l'oggetto cui il parlante si riferisce seguendo ad es. il suo gesto che indica l'oggetto. Questo suggerisce l'idea che l'uso dei deittici sia una faccenda meramente fisico-percettiva, che consiste nell' individuare l'oggetto estendendo la linea formata dall'indice della persona che indica finche' non si interseca qualcosa di opaco.
Da una parte e' ovvio che la faccenda e' piu'complicata; ad es. Wittgenstein ricorda che per capire una definizione ostensiva occorre saper fare molte altre cose con il linguaggio; ma non dice quali. D'altra parte la strategia sostituzionale con i deittici non funziona. Quali alternative si presentano a un teorico che vuole mantenere un approccio inferenziale anche sul tema dei deittici? Brandom sviluppa ampiamente una tesi, accennata da Chastain, sul ruolo dell'anafora nell'individuare oggetti. Una occorrenza isolata di un deittico come "quello" di per se' non basta a individuare un oggetto; secondo la lezione di Frege, per individuare un oggetto devi potere dire quando parli dello stesso oggetto, devi poterlo riconoscere in diversi enunciati. Questo ruolo e' permesso dall'anafora: i deittici hanno dipendenze anaforiche e per questo possono figurare in inferenze sostituzionali: "quell'uomo sta bevendo champagne; Giorgio sta parlando con lui e io vorrei dirgli di smettere di bere".
La conclusione e' che "la deissi presuppone l'anafora" (462) e "nessuna occorrenza puo' avere il significato di un dimostrativo a meno che altre abbiano il significato di dipendenti anaforici; usare una espressione come dimostrativo e' usarla come un tipo speciale di iniziatore anaforico" (462) Ovviamente Brando da' una dimostrazione dell'impossibilita' di dare un'analisi dell'anafora in termini di deissi per certificare che l'anafora e' il fenomeno fondamentale e non il contrari; il discorso e' inoltre generalizzato agli altri indicali come "io" e "ora". Il modello anaforico e' poi generalizzato anche i nomi propri, attraverso una lunga e complessa discussione del "puzzle di Kripke" (in estrema sintesi, Brandom sostiene che il puzzle di fatto mostra che i nomi propri possono essere usati in modo tale da rendere inapplicabile il principio disquotazionale). Se la discussione sul puzzle di Kripke non puo' essere facilmente riassunta in poche righe, posso almeno dare un cenno al trattamento della distinzione kripkiana tra riferimento semantico e riferimento del parlante. Un parlante, chiamiamolo Pippo, dice "l'uomo nell'angolo con un bicchiere di champagne e' arrabbiato"; ma Pippo non si rende conto che l'uomo cui si riferisce - Giorgio - non beve champagne ma cocacola, mentre vicino a lui un altro uomo beve champagne. Pia si rende conto che Pippo si vuole riferire a Giorgio (non e' necessario che Pia ne conosca il nome). Kripke chiama "riferimento del parlante" quello che rispecchia la intenzione del parlante e "riferimento semantico" quello che rispecchia il significato letterale delle parole. Ma Kripke non discute abbastanza il punto di vista dell'uditorio. Cosa fa infatti Pia? tratta l'emissione /l'uomo con il bicchiere di spumante/ come un dipendente anaforico il cui antecedente e' una occorrenza che Pippo avrebbe potuto usare (e avrebbe usato se avesse visto meglio la situazione). Questo atteggiamento dipende ovviamente da un principio di carita' che deve sempre imporsi quando c'e' una differenza di punti di vista: in questo modo Pia rende vere un maggior numero di cose che Pippo dice. In questo modo Brandom riesce a dare una spiegazione che non e' incentrata sulla intenzione del parlante, ma sulla relazione tra diversi tipi di impegni e diritti che si realizzano in una situazione sociale con diversi punti di vista. Il "riferimento del parlante" e' il riferimento dato dall'uso anaforico di una espressione da parte dell'uditorio motivata dalla necessita' di massimizzare la validita' degli impegni inferenziali accettabili.

Pragmatismo (sui generis ) e verita'

Brandom e' un pragmatista americano, un classico esempio di filosofia post-analitica? Inserirlo in questa etichetta e' un po' riduttivo, quanto meno per la sua critica alle idee classiche del pragmatismo americano10 e alla sua originale fusione di idee pragmatiche della concezione wittgensteinana con gli aspetti piu'sistematici del pensiero di Frege (in questo e' un degno successore di Dummett, tentato anch'egli dalla impossibile sintesi tra i due autori). Brandom si presenta non solo come un tentativo di sintesi della tradizione analitica e pragmatista in filosofia, ma anche come uno degli ultimi fautori della validita' di una filosofia del linguaggio che non si riduce ad appendice di progetti cognitivi o psicologici. A quali risultati prota questa fusione di prospettive?
Prima di tutto Brandom si sbarazza delle idee del pragmatismo "stereotipico", cioe' l'idea che la verita' e' cio' che funziona o cio' che ha successo. Una teoria della verita' intesa come utilita' rispetto a un fine puo' fare certo buone predizioni, ma non e' certo una chiarificazione del concetto di verita'; come suggeriva Dewey idee del genere non spiegano cosa intendiamo per "vero" ma suggeriscono una revisione dell'uso linguistico: smettere di parlare di "vero e parlare invece della nozione pragmatista di "utilita'". Ma per poter discutere di questa scelta occorre avere una chiara idea del ruolo che il concetto di verita' ha, delle motivazioni che ne rendono necessario l'uso. Quello che ci lascia in eredita' il pragmatismo stereotipico non e' la risposta data, ma la domanda: a cosa serve il concetto di verita' e in quale teoria puo' avere un ruolo esplicativo?
La idea del pragmatismo stereotipato e la sua tentazione revisionista sul concetto di verita' nasconde altri aspetti piu'interessanti della discussione, primo tra tutti l'idea base di James per cui trattare qualcosa come vero e' piu'simile a lodarlo che a descriverlo. Brandom elabora questa intuizione base in cinque tesi distinte:
1- la strategia "performativa" enfatizza la differenza tra atto di chiamare qualcosa vero e contenuto descrittivo associato a cio' che viene chiamato vero
2- La spiegazione dell'atto di trattare qualcosa come vero e' data come una assunzione di una sorta di atteggiamento normativo.
3- Una particolare interpretazione di questo atteggiamento porta a identificare l'assunzione di una tesi con l'adozione di essa come guida all'azione.
4- Un vantaggio di questo terzo passo e' l'avere una misura non soggettiva dell'appropriatezza della tesi sostenute, cioe' il successo nell'azione (e questo e' il passo legato al pragmatismo stereotipato).
5- Quando si e' compreso un atto di "prendere per vero" con queste quattro tesi, si e' compreso tutto quanto vi era da comprendere sulla verita'. La verita' non e' una proprieta' indipendente dai nostri atteggiamenti, ma una creatura del "prendere come vero" o "trattare come vero". Per capire il significato della parola vero dobbiamo guardare cosa facciamo quando prendiamo qualcosa per vero, cioe' quando facciamo una asserzione.
Questa posizione si puo' considerare come una specie di "fenomenismo": invece di "esse est percipi" si potrebbe dire "vero e' essere considerato come vero". Non e' tutto, ma c'e' del vero. Invece di scartare i suggerimenti tradizionali del pragmatismo a causa della idea stereotipica (ripresa al punto 4 qui sopra), Brandom approfondisce altri aspetti piu'"consoni" alla tradizione europea per giungere a una ricostruzione dei concetti di verita', riferimento e oggettivita'. Qui do' solo alcuni cenni sul concetto di verita'.
Il punto di partenza e' la sintonia della analisi pragmatista sopra delineata con l'analisi performativa dell'asserzione (da Austin a Strawson) e l'idea fregeana che "e' vero che" e' un indicatore di forza assertoria. Questa analisi contrasta con la visione tradizionale che considera "vero" come un predicato: sulla base di tale analogia grammaticale fuorviate i filosofi tradizionali hanno ipostatizzato una proprieta' "verita'" come il correlato semantico del predicato "vero", dando luogo a teorie contrapposte di questo strano predicato o proprieta'. Considerare il termine "vero" un predicato sarebbe un po' come considerare il termine "nessuno" un nome proprio (come il Ciclope di Ulisse). L'analisi fatta da Brandom, in termini di sostituzione e anafora, toglie al piu'ciclopico dei filosofi ogni tentazione di reificare "vero" come predicato. Cio' non toglie che le osservazioni ordinarie su cosa e' vero e cosa e' falso siano "del tutto in ordine come sono" (p.324: una eco di Wittgenstein?). Solo che "vero" ha un valore espressivo, non esplicativo: considerare un asserto vero significa adottare un atteggiamento normativo, assumere l'asserto e quindi riconoscere un impegno. E dire che qualcosa e' vero e' ascrivere una proprieta' oggettiva; solo che non e' la proprieta' "verita'" che si attribuisce a un asserto, bensi' la proprieta' oggettiva che si predica del contenuto dell'asserto.
Questa nostra capacita' di asserire come vero, ma anche di discutere se qualcosa e' vero o falso aiuta a capire il carattere prospettico dei contenuti concettuali: questi possono essere specificati solo da un punto di vista (come ricorda l'analisi riportata al punto precedente sulla differenza di prospettiva tra chi ascrive una credenza e il soggetto della credenza). Ma e' proprio con l'emergere di diversi punti di vista che ci si forma l'idea di un mondo comune su cui i punti di vista vertono, sul fatto che i punti di vista possono essere oggettivamente veri o falsi di oggetti del mondo che tutti condividiamo. L'oggettivita' diviene cosi' un aspetto strutturale della forma sociale e prospettica dei contenuti concettuali, cioe' l'oggettivita' e' un tratto della struttura della intersoggettivita' discorsiva. Ma questo non vuole dire identificare la verita' con cio' che e' ritenuto vero da tutti i membri di una comunita'. Cio' che e' condiviso da tutte le prospettive e' che c'e' una differenza tra la corretta applicazione di una regola e un mero ritenere corretto, non quale e': cio' che e' condiviso e' la struttura, non il contenuto.

Commenti finali

Il lavoro di Brandom e' una grossa impresa che senz'altra diverra' una pietra miliare e fonte di numerosi approfondimenti e discussioni. Tra le prime reazioni immediate a quest'opera immane, oltre all'ammirazione della potente rete di argomentazioni che la sostengono, vi sono anche molti dubbi. Ne presento qui tre su cui e' utile fare attenzione per decidere quali parti del progetto di Brandom sono da accettare, da abbandonare o da riformulare ( e su cosa comportano queste differenti scelte). - referenzialismo evoluto: ammesso che il libro riesca a dare una idea di come si possa arrivare al concetto di oggettivita' e di verita' senza passare per un teoria referenzialista ingenua (la visione agostiniana del linguaggio criticata da Wittgenstein), non e' pero' detto che la strada inferenzialista sia la migliore o l'unica possibile o sia comunque necessaria; La sua critica all'idea di relazioni semantiche primitive tra parole e elementi extralinguistici colpisce infatti solo le versioni "ingenue" del referenzialismo o delle teorie corrispondentiste del significato (come aveva appunto fatto a suo tempo Wittgenstein), ma non colpisce le forme piu'sofisticate. Questo, insieme alla praticabilita' di visione intermedia che accetti come primitiva una famiglia di concetti tra cui figura sia il concetto di rappresentazione che quello di inferenza (una ipotesi accennata da Brandom stesso in una nota) mostra che l'argomento dalla critica al referenzialismo alla necessita' o anche alla accettabilita' dell'inferenzialismo non ha quella forza che Brandom vuole attribuirgli. Se questo e' vero la analisi del contenuto empirico in termini inferenziali presentata da Brandom e' passibile di una profonda revisione. 11
- olismo: se il significato di ogni enunciato e' l'insieme di tutte le premesse e conseguenze possibili, allora difficilmente due persone, con un insieme di conoscenze e credenze differenti, possono attribuire gli stessi significati a un enunciato; e' il problema classico dell'olismo di ispirazione quineana, denunciato a suo tempo da Dummett e piu'recentemente da Fodor e Lepore12. Una tale visione e' palesemente passibile di rendere la comunicazione del tutto impossibile: nessuno condividerebbe il significato delle parole perche' nessuno condivide tutte le possibili inferenze; quindi ciascuno di noi avrebbe un suo linguaggio, con il suo insieme di inferenze, e sarebbe impossibile un accordo o un disaccordo sul significato, cosa che renderebbe assolutamente vana la teoria proposta. Brandom se ne rende senz'altro conto e tenta alcune risposte che non sono pero' abbastanza elaborate da convincere. Da una parte e' necessario che abbiamo insiemi diversi di credenze, altrimenti la comunicazione non porterebbe alcunche' di nuovo. I contenuti concettuali pero' "si possono genuinamente condividere"; solo che, essendo prospettici (cioe' avendo ciascuno di noi la sua prospettiva sull'insieme di inferenze possibili), condividerli comporta padroneggiare il sistema di prospettive. (p590) Ma, a meno di specificare questa capacita', la proposta allude a una complessita' tale da rendere impossibile una vera e propria teoria del significato condiviso.
- competenza: La teoria inferenzialista di Brandom e' una teoria del significato; ma una teoria del significato deve al contempo dare una spiegazione della comprensione del significato, della competenza semantica dei parlanti. Brandom ha dimostrato (o tentato di dimostrare) come l'oggettivita' e' un concetto che si forma a partire dall'intreccio di prospettive fondato sugli atteggiamenti normativi dei parlanti e sulla concezione del significato come ruolo inferenziale. Pero' nessun insieme di competenze inferenziali potra' rendere un parlante capace di riconoscere un oggetto nel mondo se questo stesso parlante non avra' modo di avere un rapporto diretto con tale oggetto13. Brandom non parla mai della competenza semantica e da' spazio al problema dei concetti empirici (cui abbiamo accennato anche in questa breve nota); ma una cosa e' spiegare la formazione dei concetti empirici a partire dal gioco del dare e chiedere ragioni, un'altra e' spiegare la capacita' di un bambino di riconoscere immediatamente certi oggetti, anche a prescindere dalla capacita' di fare inferenze con le parole usate per denominarli.
Un problema generale della visione di Brandom e' forse che la sua definizione troppo restrittiva di cosa e' il linguaggio: per lui si puo' parlare di linguaggio solo quando si da' la pratica del dare e chiedere ragioni; ma questa definizione sembra tagliare fuori troppi fenomeni dagli aspetti piu'primitivi del linguaggio, come obbedire e comandare, chiamare e invocare. In tal modo non si attribuisce capacita' concettuale ai bambini piccoli finche' non hanno raggiunto uno stadio maturo dello sviluppo linguistico e non si considerano come fenomeni linguistici aspetti importanti del linguaggio come quelli trattati nei giochi linguistici piu'primitivi del Wittgenstein delle Ricerche Filosofiche . Questi non trovano posto nel "gioco del dare e chiedere ragioni", perche' fenomeni che non rientrano in tale gioco non sono considerati degni di essere chiamati "linguaggio" o di comportare un carattere concettuale. Brandom sviluppa rigorosamente le intuizioni di Dummett per cui il linguaggio precedere il pensiero e ogni forma di concettualizzazione e' derivata dal fenomeno linguistico. Questa posizione assolutamente ortogonale allo sviluppo degli studi sul pensiero che gli scienziati cognitivi vanno sviluppando in questi anni e' un aspetto del lavoro di Brandom che richiede un riorientamento fondamentale nel modo di discutere del nostro apparato concettuale che non sembra passibile di essere accettato facilmente.
Una volta accettata questa scelta d'altra parte gran parte del discorso funziona e la costruzione, a parte alcuni punti deboli come ad es. quelli sopra citati, sembra reggere bene, anche se lo scopo della costruzione a volte lascia perplessi. Inoltre, allo stesso modo in cui una costruzione non vale solo per la architettura piu'o meno bizzarra, ma anche per le stanze in cui la gente vive e opera, cosi' il volume di Brandom non vale solo per la teoria complessiva, ma per le singole analisi in cui a volte riesce a dare il meglio di se'.

BIBLIOGRAFIA

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NOTE

1 R.Brandom, Making it Explicit. Reasoning, Representing and Discursive Commitment, Harvard U.P. Cambridge (Mass), 1994
2 L'idea viene d un articolo di uno dei piu'importanti logici e filosofi contemporanei, D. Lewis, "Scorekeeping an Language games" (?) Journal of Philosophical Logic
3 M. Dummett, "Can analytic phiosophy be systematic and ought it to be?" in Truth and other enigmas, Duckworth 1978(?), tr.it.M.Santambrogio, Il Saggiatori, Milano 19??
4 Vedi ad es. Rescher 1985, tradotto in italiano.
5 Sellars 1950, in PPPW 136, n.2
6 In inglese "committments" e "entitlements"; ho tradotto "entitlements" con "diritti" per semplicita' di traduzione e perche' non interferisce con altri aspetti della discussione sulle norme svolta nel presente lavoro. E' pero' da ricordare che "to be entitled" vuol dire letteralmente "avere i titoli per"; aver i titoli per asserire un enunciato comporta avere un giustificazione, quindi avere l'autorita' o il diritto di asserirlo.
7 Vedi Gettier 1963
8 Vedi ad es. Brandom 1995 e 1998
9 W. Sellars 1956 e McDowell 1994, lec..I, par.2, lec.IV, par.3
10 Vedi anche la risposta di Brandom a R.Rorty 1986.
11 Queta ad es. e' una delle ritiche principali rivole a Brandom da McDowell 1997.
12 Per una introduzione a questi problemi vedi Penco 1998.
13 La tematica della competenza semantica e del periolo di ridurla a mera competenza inferenziale e' sviluppato in Marconi 1997.