Carlo Penco
Dipartimento di Filosofia- Universita' di Genova

Competenza e competenze

http://www.lettere.unige.it/sif/strutture/9/epi/hp/penco/pub/com.htm

bozza di un articolo per una discussione su "Iride" a proposito del libro di Diego Marconi, Lexical Competence MIT 1997



TRE TESI SU COMPETENZA, LINGUAGGIO E SIGNIFICATO

Lexical Competence si presenta come una analisi dei diversi aspetti del del concetto di competenza semantica, con contributi originali sull'aspetto referenziale e sui problemi al margine tra filosofia e intelligenza artificiale. La pacata analisi del concetto di competenza lessicale porta a criticare tesi filosofiche sostanziali: le teorie oggettivistiche del significato alla Putnam tendono a ipostatizzare le norme semantiche, e le teorie naturaliste alla Chomsky tendono a dare poco o nessuno spazio agli aspetti normativi del linguaggio. Marconi cerca una terza via e le sue critiche agli argomenti di Putnam, Burge, Chomsky, Bilgrami e altri sono devastanti. E' difficile per me fare una critica su cio' che mi trova fondamentalmente d'accordo; ma una tesi che attraversa tutto il libro di Marconi mi e' sembrata invece piu' problematica di quanto appare a prima vista. In quanto segue cerchero' dunque di dare voce ai miei dubbi su questa tesi, restringendo la mia attenzione all'aspetto inferenziale della competenza lessicale. La tesi generale sotto discussione si puo' cosi' riassumere:

tesi 1: si puo' parlare solo di competenze, al plurale, e non di competenza.

Questa tesi puo' avere due letture, una piu' debole e una piu' forte. Nella interpretazione debole la tesi 1 e' facilmente accettabile, al limite della ovvieta': non si puo' dire di una comunita', se non per metafora, che corre o che mangia; correre e mangiare sono attivita' proprie degli individui. Gli individui sviluppano o hanno la capacita' di svolgere certe azioni. La competenza lessicale e' la capacita' di usare correttamente il linguaggio, e il suo esercizio e' proprio non della comunita', ma degli individui che la compongono.
Il problema e' se ha senso rappresentare la competenza del parlante ideale ed e' su questo punto che si innesta una lettura piu' forte della tesi 1.Un chiarimento puo' venire dal confronto con il concetto chomskiano di competenza (grammaticale): la competenza di cui parla Chomsky e' una struttura universale, valida per tutti i parlanti e tale da generare frasi grammaticali. Essa non e' l'esecuzione, che varia da parlante a parlante, ma e' una capacita' che dovrebbe caratterizzare la correttezza dell'esecuzione dei singoli parlanti. Qualcosa del genere vale per la competenza semantica strutturale, ove si ha solo un numero limitato di regole (44). Ma la visione della competenza come struttura universale non vale per l'aspetto lessicale perche' questo non rispecchia un qualcosa di comune a tutti i parlanti. La competenza come capacita' di comprendere e di usare le parole del linguaggio comporta la dipendenza del significato delle parole da fattori culturali variabili, dunque da specifiche credenze individuali.
La strategia di Marconi mette in primo piano il gioco dei diversi insiemi di credenze dei singoli parlanti, quell'insieme di credenze e usi particolari delle parole che sono propri di ciascun parlante a differenza degli altri; Dato che la intersezione delle specifiche credenze di tutti i parlanti una lingua e' insignificante, e l'unione facilmente contradditoria, non resta che rinunciare a una rappresentazione della competenza ideale: "la competenza assoluta e' vuota a livello lessicale" (55-6)
La competenza lessicale dunque, a differenza di quella sintattica o strutturale che e' comune a tutti i parlanti, rappresenta quello che si puo' chiamare l'idioletto del singolo parlante. La conclusione drastica non e' distante da quella dell'ultimo Davidson di "a Nice Derangement of Epitaph". La competenza lessicale e' padronanza del proprio idioletto e non padronanza di un mitico e insesitente linguaggio comune. Questa sembra essere la lettura forte della tesi 1 da cui si puo' derivare:

tesi 2: non vi e' linguaggio, ma solo idioletti (35)

Sulla base di questa tesi non e' difficile passare a una tesi ulteriore, apparentemente ancora piu' forte, che Marconi sviluppa criticando l'idea di una teoria del significato come una particolare entita' correlata alle singole voci del lessico: "non vi e' posto per i significati. La competenza inferenziale e' la padronanza di una rete lessicale" ( ). Segue da questo che non abbia senso parlare di significati? dato che la conoscenza del linguaggio "non e' conoscenza di significati come entita' di qualche tipo" (...) non si puo' che concludere che:

tesi 3: non ci sono significati, ma solo relazioni tra parole (81)

Se la tesi 1 puo' essere accettata come prima approssimazione, la tesi 2 e la tesi 3 mi sembrano quantomeno fuorvianti ed espressione di tensioni irrisolte nel lavoro di Marconi (e nel problema stesso).

LINGUAGGIO E IDIOLETTO

Per Marconi due parlanti devono avere qualche credenza condivisa per poter comunicare, anche se non e' detto che debba esistere una qualche credenza che e' necessario che essi condividano. Il problema della comunicazione ha un ruolo centrale nelle analisi di Marconi, a scapito del problema della espressione del pensiero. Ma privilegiare il punto di vista del linguaggio come comunicazione porta alla visione del linguaggio come insieme di idioletti, facendo perdere di vista la centralita' del linguaggio come pratica sociale collettiva (Dummett La base logica della metafisica ). Forse un motivo per cui scarsa importanza e' data al linguaggio come epressione del pensiero e' dovuto alla implicita adesione alla critica di W. all'idea del linguaggio come mezzo etereo che serve a trasmettere qualcosa che abbiamo nella testa. Ma se il platonismo fregeano o il "tesoro comune di pensieri" puo' creare imbarazzo possiame metterla in altri termini senza perdere il punto essenziale: possiamo dire che il linguaggio e' espressione della conoscenza pubblicamente condivisa.
Marconi da' comunque un certo spazio alla natura pubblica e comunitaria dei processi di regolazione del significato linguistico (95). Sembra dunque esserci una certa tensione tra la tesi 2 e altre idee, come quella per cui "si puo' condividere un linguaggio comune (nel senso usuale della parola) anche se si condividono solo alcune credenze" (52). Come rendere compatibili queste tesi? Dato che non esiste il linguaggio ma solo idioletti, si deve pensare che la nota "nel senso usuale della parola" nella frase sopra citata sia rilevante. L'idea sembra essere che non esiste il linguaggio comune nel senso tecnico della parola; ma quale e' il senso tecnico della parola contrapposto al senso usuale? Probabilmente qualcosa come il modo in cui si intende il linguaggio nelle teorie del significato. Marconi tenta di portare alle estreme conseguenze le idee di Wittgenstein per cui non c'e' un linguaggio, ma solo un intreccio variopinto di giochi linguistici. La versione davidsoniana di questa idea e' che in un gioco linguistico si realizza una convergenza di idioletti e si costruisce un (momentaneo) linguaggio comune. Marconi accetta l'idea di convergenza, ma non accetta del tutto le posizioni radicali alla Davidson o Bilgrami. La sua critica e' soprattutto volta a far rientrare l'idea di normativita' nel concetto di linguaggio come comunicazione (es.122-23). Viene pero' messo da parte ogni riferimento al contenuto comune delle parole del nostro linguaggio; e questo per evitare ogni contaminazione con ormai improbabili richiami a significati come misteriose entita' platoniche: il linguaggio pubblico "non e' una collezione di entita' a disposizione dei parlanti...ma una collezione di norme ... considerate come costrittive per tutti i parlanti" (96). La importanza centrale data all'aspetto normativo dell'uso linguistico va insieme alla denuncia dell'inesistenza di una specie di "regione ontica", la regione dei significati, che lo studioso di semantica dovrebbe esaminare.

ABBANDONO DEI SIGNIFICATI?

Da buon wittgensteiniano Marconi deve fare i conti con lo slogan "il significato e' l'uso"; il suo commento e' che se tale slogan e' preso come teoria "di certo non specifica i significati" o comunque non vuole fornire "l'informazione completa sul significato degli enunciati" (17-18). I due commenti sono diversi: e' possibile accettare il secondo e rifiutare il primo; basti pensare alla ricostruzione dello slogan di Wittgenstein fatta nella teoria del significato di Dummett. Una teoria del significato non necessariamente comporta la ricerca di una regione ontica di realta' ultramondane, i significati delle parole, dei quali dare una informazione completa; piuttosto da' spazio ad alcuni concetti teorici che esplichino le nostre intuizioni base quando diamo "spiegazioni del significato" delle nostre espressioni linguistiche.
Marconi insistre sul fatto che si debba abbandonare l'idea di una lista necessaria e sufficiente di postulati che definiscano il significato di un termine, dato che non e' chiaro dove debba finire questa lista. Anch'egli riconosce che non per questo si deve pensare che qualsiasi lista vada bene: "il tavolo da caffe' di mia zia e' vecchio 7 anni" non sembra un buon candidato per definire il significato di tavolo, a differenza di "i tavoli hanno un piano d'appoggio". Ma come e' possibile rendere praticabile la idea fregeana del contenuto concettuale (o senso) come insieme di inferenze possibili, se non vi e' un limite preciso da dare a questo insieme di inferenze? Non e' una risposta espungere il concetto di significato dalle nozioni teoriche e parlarte solo di parole e relazioni tra parole (inferenze), dato che appunto una delle definizioni piu' rilevanti di significato lo assimila a un insieme di inferenze.
Marconi, forse suo malgrado apre uno spiraglio a una definizione di significato, ammettendo (controvoglia) la possibilita' di associare a una parola una lista di credenze stereotipiche o "importanti". Parlando di competenza semantica potremmo dire che un parlante e' competente se ha almeno alcune delle credenze appartenenti alla lista (172, nota 41). Cosa e' questa se non una definizione del significato come insieme di definizioni debolmente-analitiche, analoga forse alla definizione di analiticita' "umile" dell'ultimo Quine? Che sia sufficiente che due parlanti convergano, cioe' abbiano solo alcune credenze della lista, non esime il teorico dal compito di individuare (o costruire) tale lista come significato base o stereotipico di una comunita' linguistica. Ma tale lista sarebbe una rappresentazione della competenza sovra-individuale e questo va contro la tesi fondamentale del libro, la tesi 1.
Infatti, sostiene Marconi, ogni volta che dai una scelta di postulati di significato, ti sei immediatamente compromesso con una competenza individuale, diversa da tutte le altre, ed e' impossibile quindi il tentativo di catturare una competenza inferenziale "collettiva" (56). Ho sostenuto che da questo segue una visione del linguaggio come insieme di idioletti. Se si parte dalle competenze individuali come qualcosa di autonomo da una pratica comune si ottiene che l'unico modo di rappresentare la comptenza ideale e' unione o intersezione di competenze indiivduali e, come gia' detto, l'unione sarebbe facilmete contraddittoria e l'intersezione quasi vuota. Ma non c'e' solo intersezione e unione che possono definire una competenza ideale. Vi e' anche l'idea di una rappresentazione della competenza distribuita.

RAPPRESENTARE LA COMPETENZA CONDIVISA?

Nella conclusione del 5 capitolo Marconi sostiene che "non ci sono standard" cioe' "non c'e' un unico ben definito insieme di pezzi di conoscenza e/o abilita' che e' lo standard per l'uso di una parola" (129). Questo e' pero' compatibile con l'idea che ci sono diversi standard per l'uso di una parola, standard legati a contesti rilevanti. Non c'e' l'idea di assoluto standard, ma ci sono standard locali.
Perche' non rovesciare l'argomento della convergenza e non dire che cio' verso cui i parlanti convergono e' quell'insieme di inferenze che esprimono gli impegni e le assunzioni implicite nelle nostre asserzioni, appunto cio' che costituisce quella pratica sociale e pubblica che viene chiamata "linguaggio"? Questi impegni e assunzioni sono socialmente riconosciuti, anche se non sempre sono riconosciuti come tali dai singoli parlanti; una rappresentazione delle inferenze "rilevanti" o "importanti" non comporta che ogni parlante le conosca, ma comporta che ogni parlante debba conoscerne alcune per essere competente; la rappresentazione della competenza ideale sarebbe cose' una rappresentazione delle conoscenze socialmente condivise: questo e' un senso in cui si puo' dire che il linguaggio e' un deposito di conoscenze a disposizione del parlante, una versione del "tesoro comune di pensieri" depositato nel lessico di una lingua.
Un aspetto della competenza e' stato poco studiato: chi e' competente sa dove puo' trovare maggiori informazioni sul significato delle parole, a seconda degli scopi. La deferenza non e' solo un atteggiamento passivo, ma la padronanza di strategie di reperimento. La rappresentazione della competenza dovrebbe dunque formalizzare anche la capacita' dei parlanti di riconoscere e orientarsi in diversi contesti cognitivi, capacita' di spostarsi da un contesto stereotipico a un altro. Una rappresetnazione della comptenza lessicale non deve dunque limitarsi a dare liste di credenze rilevanti tali per cui condividere alcune credenze rende possibile la comunicazione; si deve fornire ulteriore struttura per rispecchiare i diversi contesti cognitivi. L'orefice puo' parlare con l'uomo della strada anche se non condivide alcuna delle sue "erronee" credenze sull'oro, e' sufficiente che le conosca e di fatto per lo piu' cio' accade: l'orefice ha una rappresentazione delle credenze stereotipiche sull'oro dell'uomo della strada. Il gioco della divisione del lavoro va in due direzioni, non solo dall'uomo comune agli esperti, ma anche in direzione contraria. Il parlante ideale sa non solo che ci sono diversi contesti stereotipici, e quali sono le strategie per accedere ad essi, ma ha anche accesso di fatto a ognuno di essi (cosa che il parlante normale non ha).
Il vantaggio per un sistema automatico e' che, date regole generali per orientarsi tra i diversi contesti, l'aggiunta di un nuovo contesto non rischiede di riscrivere l'intero sistema. L'idea delle competenze inferenziali al plurale applicato all'i.a. e' che un sistema intelligente non puo' che essere un sistema che simula la competenza lessicale di un individuo; in alcuni casi questo puo' avere senso, ma per lo piu' la rappresentazione di un sistema intelligente sara' quella di un sistema che coordina molti contesti (basti pensare a un sistema che possa gestire basi dati in internet: dovra' avere diversi anche contraddittori insiemi di rappresentazioni lessiclai; ma le contraddizioni saranno circoscritte a livello locale e non potranno inficiare il sistema nel suo insieme). Sara' certo un sistema ideale che potra' eseguire compiti che un umano non riuscirebbe a fare; si deve dire con cio' che rappresenta le competenze lessicali distribuite tra piť parlanti? E questo e' forse un motivo per negare che sia un modello di competenza? Direi di no, e direi che si dovrebbe accettare una tesi di Marconi indebolita: come vi sono diversi dizionari, vi possono essere diversi modelli di competenza ideale, ma nessun modello puo' imporsi come "il" modello.


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