Published in an improved version in Lingua e Stile 2 (87-99), 1992



Carlo Penco
penco@unige.it
Significato, uso, procedure



In this paper we give some theoretical links between the wittgensteinian strategy of language-games and the strategy followed by students in Artificial Intelligence in the seventies. We refer also to the interpretation given by Dummett and Prawitz to the Wittgenstein's slogan of "meaning as use", showing the link of this ideas with the needs of Artificial Intelligence. We sustain that the concept of "procedure" as developed in early Artificial Intelligence is still one of the main attempt, realized in that field of research, to give a definition of meaning , which gives good hopes to be a suitable explicatum of the idea of "meaning as use".

In questo saggio si presentano alcune connessioni teoriche tra la strategia di lavoro dei "giochi linguisici" di Wittgenstein e la strategia di lavoro delle ricerche in Intelligenza Artificiale degli anni '70. Punto di partenza di questo confronto è l'idea wittgensteiniana del "significato come uso" nelle sue diverse interpretazioni. Si mostra che in qualche modo i problemi posti da M.Dummett nella definizione di una teoria del significato sono in qualche modo connessi alle esigenze di una semantica procedurale. E si sostiene che la idea del significato come procedura è a tutt'oggi uno dei tentativi piu' solidi di dare una definizione di significato in I.A. e rappresenta un possibile explicatum dell'idea del significato come uso. Il saggio è di carattere programmatico e non presenta alcuna specifica formulazione di una teoria del significato; abbozza invece alcune linee generali su possibili distinzioni utili all'interno dell'I.A., come, ad es., la distinzione tra ricerche psicologiche e ricerche concettuali.


In quale modo possiamo interpretare oggi, con il senno di poi, lo slogan wittgensteiniano "il significato è l'uso"? Prima di tutto lo slogan ha un valore perchè indica un punto di vista che si contrappone ad altri, come, ad es., "il significato è un'immagine mentale" o "il significato è una caratterizzazione cognitiva ed emotiva". Teorie che si avvicinano a questi altri due punti di vista potrebbero essere, ad es., la teoria di Locke (il significato è un'immagine, un'idea, una rappresentazione) o la teoria di Mill (il significato è la connotazione in contrapposizione alla denotazione). La visione di Wittgenstein si può cogliere inoltre come uno sviluppo originale della teoria di Frege che distingue diversi aspetti connessi in qualche modo al problema del significato: (i) il riferimento, cioè ciò a cui un'espressione si riferisce; (ii) il senso, cioè il modo con cui si determina il riferimento, e che è rilevante per la verità di ciò che si dice; (iii) il tono, cioè la particolare sfumatura con cui un'espressione viene espressa, ma che non è rilevante per la verità; (iv) la rappresentazione o l'immagine mentale che si associa a un'espressione, che è un fatto psicologico soggettivo e non ha rilevanza ne' per la verità ne' per la comunicazione; (v) la forza, che è il modo con cui un enunciato viene espresso (ad es.modo assertivo, modo interrogativo).(1)

I. DA FREGE A WITTGENSTEIN

In un confronto approssimativo della teoria di Frege con le teorie di Locke e di Mill, si può notare che per Frege l'immagine mentale non fa parte del significato (come invece era per Locke) e il posto della connotazione di Mill è preso da un insieme di concetti, in particolare dai concetti di senso, tono e forza, come tre concetti che in qualche modo costituiscono il significato di un'espressione. Il concetto wittgensteiniano di significato è certo stato influenzato da queste distinzioni fregeane ed è, per certi versi, uno sviluppo del concetto fregeano di "senso". (2)
Un aspetto fondamentale del pensiero fregeano nella costruzione del concetto di senso è l'antipsicologismo: il senso delle espressioni linguistiche non è un'immagine mentale nè dipende dai processi mentali soggettivi, bensì è qualcosa di oggettivo; questo vale per il senso di ogni tipo di espressione linguistica, e in particolar modo è rilevante per quelle espressioni linguistiche fondamentali che sono gli enunciati: il senso di un enunciato è il pensiero che l'enunciato esprime. Frege distingue dunque accuratamente il pensare, che è per lui un processo psichico e soggettivo, dai pensieri: i pensieri (e in particolare i pensieri che esprimono le grandi scoperte scientifiche, come ad es. il teorema di Pitagora) sono oggettivi e validi anche se nessuno li pensa. In un famoso saggio intitolato "Il Pensiero" Frege sostiene che i pensieri sono entità diverse da quelle del mondo empirico o da quelle del mondo psichico, e fanno parte di un terzo regno (l'idea sarà poi ripresa da Popper con la teoria dei tre mondi)(3).
Ma come giungiamo a riconoscere i pensieri? Come li comprendiamo? Comprendere non è forse un processo mentale, quindi soggettivo? E come è possibile mettere in connnessione l'oggettivo con il soggettivo? Frege non dà una chiara risposta, ma ritiene il comprendere un processo misterioso in cui soggettivo e oggettivo vengono in qualche modo connessi. In questa idea del comprendere come di un misterioso e inafferrabile processo mentale Wittgenstein individua il punto debole della visione fregeana; egli distingue il comprendere come attività oggettiva, controllabile da tutti nella pratica sociale della comunità dei parlanti, dai processi mentali soggettivi che ciascuno attua nel comprendere. All'analisi concettuale tipica della filosofia non interessa direttamente lo studio dei processi mentali soggettivi, ma lo studio di ciò che intendiamo quando attribuiamo a qualcuno la capacità di comprendere: diciamo che qualcuno comprende un'espressione quando verifichiamo che la sa usare. In questo modo non abbiamo piu' bisogno di relegare in un mondo platonico i pensieri per salvaguardarne l'oggettività. I pensieri sono oggettivi in quanto sono i modi in cui gli enunciati vengono usati nella comunità linguistica, e questi modi d'uso sono oggettivi e controllabili. Già nel Tractatus Wittgenstein parlava in termini di significato come uso; in particolare il pensiero veniva definito come l'uso dei segni proposizionali. Il famoso passo del Tractatus che dice "il pensiero è la proposizione munita di senso" si potrebbe tradurre con "il pensiero è la proposizione insieme alle sue regole d'uso, cioè insieme alle tavole di verità che ne danno le condizioni di verità". Il senso di una proposizione, o, se ci rivolgiamo alla logica pura, il senso di un connettivo logico, è dato dalle condizioni di verità che definiscono il connettivo, cioè da una procedura ben determinata che lo definisce. Così il senso di "P e Q" è dato dalla tavola di verità:

PQ P e Q
VV V
VF F
FV F
FF F
La colonna sulla destra dà le condizioni di verità, cioè le condizioni alle quali la proposizione "P e Q" è vera; essa è vera solo se sia P che Q sono veri, falsa in tutti gli altri casi. Questo è il senso del connettivo, questo rappresenta l'uso del connettivo nel linguaggio logico, questa è la specifica procedura che determina le condizioni di verità.
La complessa strada che porta dal primo all'ultimo Wittgenstein è, per quanto riguarda il tema dell'uso, uno sviluppo e una generalizzazione di quei cenni sul problema dell'uso appena abbozzati nel Tractatus, fino alla formulazione dello slogan "il significato è l'uso" che tanto ha colpito l'attenzione dei filosofi.

II. IL "SIGNIFICATO COME USO" SECONDO DUMMETT-PRAWITZ

Normalmente lo slogan wittgensteiniano ha dato adito a riflessioni del tipo: "il significato è l'uso nel linguaggio" si può intendere in due modi: (i) il significato corrisponde al posto che l'espressione ha all'interno della lingua (in una visione simile a quella del valore linguistico di Saussure); (ii) il significato è il modo in cui l'espressione viene usata dai parlanti (in una visione genericamente pragmatica, riprendendo la distinzione di Morris-Carnap tra sintassi,semantica e pragmatica).
Ma il fastidio per la vaghezza con cui lo slogan wittgensteiniano veniva trattato ha dato adito a tentativi di leggervi alcune indicazioni piu' precise per una teoria del significato. Dummett e Prawitz in particolare hanno collegato il punto di vista del secondo Wittgenstein al punto di vista che il logico Gentzen andava sviluppando negli anni 30, contemporaneamente alle riflessioni di Wittgenstein. Gentzen presentava per la prima volta quella che viene oggi chiamata "deduzione naturale", cioè un modo di presentare la logica che si differenzia dal tradizionale metodo assiomatico. Il ragionamento di Gentzen è che il significato (o la definizione) dei connettivi logici è data dal modo in cui vengono usati. Non è quindi essenziale arrivare al significato dei connettivi tramite le tavole di verità, ma basta presentare i modi in cui vengono usati, in particolare i modi in cui si possono introdurre o si possono eliminare. Per fare un esempio, una volta che si abbia una dimostrazione di P e una dimostrazione di Q si può introdurre il connettivo "e" e asserire "P e Q". Analogamente, una volta che si abbia una dimostrazione di "P e Q", si può eliminare il connettivo "e" ed asserire separatamtene "P" oppure "Q". E analogamente per gli altri connettivi. (4)
Dummett, riferendosi anche ad alcune osservazioni di Wittgenstein negli scritti intermedi degli anni '30, vede nel legame con la giustificazione (che in matematica assume la forma della dimostrazione) l'asse portante di una teoria del significato e nella concezione del significato delle costanti logiche il nuncleo di una teoria del significato verificazionista, che ha nel concetto di significato come uso il suo punto di partenza.(5)
Perchè questo richiamo a Gentzen? Non poteva bastare il richiamo alle tavole di verità del Tractatus? Come abbiamo visto, anche le tavole di verità sono pur sempre una rappresentazione dei possibili usi di un connettivo. Cosa vi è di diverso e cosa vi è di simile tra i due modi di presentare il significato delle costanti logiche?
Vi è qualcosa di simile secondo due punti di vista: (a) come abbiamo visto le tavole di verità, dando le considizioni di verità di un enunciato composto (ad es.il nostro "P & Q") definiscono al tempo stesso le regole d'uso del connettivo "&"; esse identificano così il significato del connettivo con una precisa funzione che si può rappresentare come ((VV,V)(VF,F)(FV,F),(FF,F)). Anche le regole di introduzione e eliminazione danno le regole d'uso dei connettivi; e possono venire espresse in termini di sequenti, cioè di formule del metalinguaggio della forma A,B A&B. (b) Sia le tavole di verità sia i tableaux semantici che possono essere associati al calcolo dei sequenti di Gentzen costituiscono una procedura effettiva di decisione per il calcolo proposizionale: con essi si puo' decidere se, dato un insieme finito di enunciati, esso è o no contradditorio). Di diverso vi è che la deduzione naturale, specialmente nella sua interpretazione intuizionista, sembra rappresentare l'uso effettivo delle costanti logiche, mentre le tavole di verità rappresenterebbero il loro uso in linea di principio. E' usuale fare l'esempio del significato della negazione: il significato della negazione intuizionista e' diverso da quello della negazione classica: asserire "non A" corrisponde intuizionisticamente a dimostrare che A non e' dimostrabile. In generale dare il significato delle costanti logiche intuizioniste corrisponde a dare, per ogni costante logica, le condizioni in cui un enunciato, il cui principale operatore sia la costante logica in questione, viene o puo' venire giustificato (o dimostrato o asserito). La differenza con il caso classico si ha specialmente quando le formule considerate siano quantificate universalmente, e si ponga il problema della verifica di un'infinità di casi; qui è facile vedere la differenza tra le condizioni ideali di verità e le condizioni effettive di verifica o giustificazione. (6)
L'esigenza di condizioni di verifica date in termini effettivi (ad es. in termini di dimostrazioni canoniche) e' in sintonia con le esigenze dell'Intelligenza Artificiale che opera con procedure algoritmiche. Non e' un caso che Prawitz, che ha dedicato ampio spazio a lavori sulla teoria del significato come condizioni di giustificazione, abbia anche contribuito a porre le basi per lo sviluppo di uno dei linguaggi privilegiati dell'I.A., cioe' il PROLOG; e si può dire che la "negazione come fallimento" in PROLOG e' piu' simile alla negazione della logica intuizionista che alla negazione della logica classica.
L'idea di una teoria del significato come verifica o giustificazione poggia anche su un'altra idea generale, cioe' l'idea secondo cui il significato ha a che fare con la conoscenza, con un certo tipo di sapere. Per spiegare cosa e' il significato occorre saper spiegare cosa sa chi conosce il significato di un'espressione, cioe' chi la sa usare correttamente. L'unione di questi due aspetti (il significato come condizione di giustificazione e gli aspetti cognitivi del significato) insieme al concetto di forza formano un quadro teorico che aiuta a comprendere megliogli aspetti innovativi del modello procedurale in semantica. Senza discutere ulteriormente l'interpretazione dummettiana dello slogan sul significato come uso (7), accennero' al tema degli aspetti cognitivi del significato e del modo in cui sono stati affrontati dalla I.A. a partire dagli anni 70; accennero' infine ad alcune idee di Wittgenstein che possono essere reinterpretate alla luce di questa discussione.

III. SEMANTICHE PROCEDURALI

Tra i vari temi discussi da Dummett troviamo un'esigenza di superamento del modo usuale di ridurre il concetto di senso al concetto di intensione. Dummett si propone di recuperare l'aspetto cognitivo del concetto fregeano di senso che non ha avuto sviluppi rilevanti nella costruzione delle logiche intensionali (alcuni cenni si trovano nell'idea carnapiana di isomorfismo intensionale e in lavori, tuttora in fase di elaborazione, che si richiamano in qualche modo a questa idea). Con gli sviluppi della semantica modellistica, da Tarski e Carnap in poi, è usuale in logica considerare il senso (intensione) delle espressioni di un linguaggio logico come una funzione da mondi possibili a estensioni. L'intensione di un nome sarà una funzione da m.p. a oggetti; l'intensione di un predicato una funzione da m.p. a classi; l'intensione di un enunciato una funzione da m.p. a valori di verità. Se però ci allontaniamo dal linguaggio puramente formale e andiamo a trattare il linguaggio naturale, non ci basta avere uno schema generale che ci dica che l'intensione è una funzione da contesti a estensioni; non ci basta porre una corrispondenza biunivoca tra termini del linguaggio e oggetti del dominio (ad es. che al termine G corrisponde la classe dei gatti e al termine T corrisponde la classe delle tigri); abbiamo bisogno di qualcosa di piu' complesso, e in particolare di avere delle procedure effettive che ci permettano di distinguere, per esempio, un gatto da una tigre.
Nel campo dell'Intelligenza Artificiale, negli anni 70, si è sviluppata una ricerca in quest'ottica, volta cioè a definire per ogni espressione del linguaggio naturale una procedura che costituisce una rappresentazione del significato di tale espressione. L'ipotesi che sta alla base di queste ricerche (di cui la piu' classica è forse SCHRDLU di Winograd) è che l'uso del linguaggio può essere considerato come l'attivazione di certe procedure che rappresentano: (i) i passi necessari per individuare un singolo oggetto se l'espressione è un nome proprio; (ii) i passi necessari per decidere se un certo oggetto ha una certa proprietà, se la parola è un predicato;(iii) i passi necessari per attivare altre procedure per rispondere (se l'espressione è un enunciato interrogativo), per immagazzinare informazioni (se si ha un enunciato dichiarativo), per eseguire certe azioni (se si ha un enunciato imperativo).

- QUI FIGURE di SCHRDLU - [**]

In questa impostazione il significato di una espressione è la procedura o l'insieme di procedure che sono connesse all'espressione. Un esempio è dato dallo schema della figura, che rimanda a un programma implementato in LISP. E' da notare che in questa ottica si mantiene il principio di composizionalità del significato, cioè il significato di una espressione composta è funzione del significato delle espressioni componenti; come si può rilevare dalla figura la procedura corrispondente all'espressione composta "un cubo rosso che sorregge una piramide" è funzione delle procedure delle singole espressioni. (Ovviamente dallo schema non si possono mostrare con chiarezza i singoli passaggi dell'analisi sintattica-semantica; rimandiamo per questi ai testi dello stesso Winograd e anche alle varie esposizioni divulgative tradotte in italiano). (8)
Queste prime realizzazioni fecero molto scalpore, anche se furono presto abbandonate perchè limitate a "micro mondi"; riuscivano cioè a dare buone esecuzioni, ma solo a patto di circoscrivere in modo forzato il mondo di cui si poteva parlare. Per esempio il programma di SCHRDLU era limitato a un mondo composto di blocchi (cubi e piramidi). Il motivo di questa limitazione, secondo Winograd, era che da una parte è impossibile isolare un aspetto del linguaggio dagli altri, o separare la competenza linguistica di una persona dalla sua conoscenza del mondo; d'altra parte le conoscenze che si usano nel discorso quotidiano sono difficilmente definibili e riguardano una varietà di fatti altrettanto difficilmente definibili; la conclusione è che dando un modello semplificato del mondo si restringe al massimo il dominio delle conoscenze necessarie e si può così approfondire l'analisi del funzionamento del linguaggio.
Si può dire che una macchina dotata di un programma del tipo di SCHRDLU comprende? Wittgenstein notava che comprendere il linguaggio equivale a padroneggiare una tecnica. Comprende un linguaggio chi è in grado di fare qualcosa con le parole del linguaggio, chi è in grado di usarle appropriatamente nel contesto, chi si sa orientare nel mondo con l'uso di esse. Nel caso dei micromondi abbiamo la simulazione di un mondo, di un linguaggio e di (almeno) due parlanti, l'operatore che invia i dati in input e il robot (nel caso di SHRDLU incarnato nella manina che sposta i blocchi). Insegnare un linguaggio a un umano o a un robot comporta insegnare all'umano o al robot l'uso corretto delle espressioni del linguaggio, il loro funzionamento nel contesto del discorso.In quel micromondo simulato, il robot (simulato) si orienta, sa rispondere alle domande, sa riconoscere enunciati, obbedire ad ordini, imparare l'uso di nuovi termini. E' difficile negare che la macchina abbia un certo grado di comprensione (simulata).

IV. WITTGENSTEIN E L'INTELLIGENZA ARTIFICIALE

Dopo la "fase" dei micro mondi, l'I.A. è passata alla fase della "rappresentazione della conoscenza", cercando di risolvere il problema della limitatezza delle conoscenze imposte dall'approccio dei micro mondi; si sono così sviluppati sofisticati sistemi di rappresentazione della conoscenza che possono coprire domini sempre piu' vasti di conoscenza, fino a ipotizzare la costituzione di una enciclopedia universale. E infine si è arrivati al dibattito tra l'I.A. e il connessionismo, che contesta la pretesa dell'I.A. di dare una rappresentazione simbolica della comprensione (e in generale del mentale) per contrapporre una rappresentazione non simbolica, con la tendenza riduzionista a rappresentare il mentale in termini di processi neuronali. Non è compito di questo intervento toccare i temi degli sviluppi piu' recenti dell'I.A. Ma forse è possibile dare qualche indicazione che vada al di là delle mode e delle "fasi" in cui solitamente si divide lo sviluppo di questa giovane disciplina. Qui voglio solo richiamare quelle che secondo me sono assonanze tra lo slogan di Wittgenstein e alcune ricerche in I.A., ed eventualmente porre alcuni problemi.
Se guardiamo al posto dove compare lo slogan wittgensteiniano, lo troviamo nel mezzo della presentazione dei giochi linguistici primitivi che ci vengono proposti nelle prime pagine delle Ricerche filosofiche. E fin dal primo esempio di gioco linguistico troviamo una sorprendente somiglianza con la strategia dei micromondi: viene dato un micromondo composto di due interlocutori, alcuni semplici oggetti, dei compiti da svolgere (passarsi gli oggetti). Dall'analisi del comportamento linguistico degli attori di questo micromondo Wittgenstein inizia le sue analisi del funzionamento del linguaggio. Il gioco linguistico è, in questo caso, uno strumento di lavoro per studiare il funzionamento del linguaggio in qualche modo "in vitro", senza perdersi in un proliferare di problemi dati da situazioni linguistiche piu' complicate. Nel seguito delle Ricerche il gioco linguistico viene reso a poco a poco piu' complesso con l'introduzione di altri elementi (deittici, nomi propri, numerali, ecc.) in un modo analogo a quello, forse piu' organico, del Libro marrone.
L'implicito suggerimento di questa strategia è che il significato delle espressioni del nostro linguaggio non è un'entità rigidamente connessa all'espressione, ma è l'uso nel contesto dell'interazione dei parlanti nel mondo. I micromondi degli anni '70 sono una specie di esemplificazione intuitiva di questa strategia, e non a caso da essi è nata la definizione di significato come procedura. E' possibile trovare ancora qualcosa di interessante nella vecchia strategia dei micromondi opportunamente aggiornata? Nonostante le numerose critiche che ne hanno segnato la fine (9), i problemi che hanno portato all'elaborazione dei micromondi, restano una spina nel fianco per i tentativi di ricerca di una rappresentazione delle conoscenze a carattere universale, tentativo che sta alle spalle di molti lavori sulla rappresentazione della conoscenza. La stretta dipendenza della comprensione da un contesto non permette di dare un elenco esaustivo degli elementi ultimi della conoscenza; in quale direzione cercare dunque? La strategia dei micromondi suggerirebbe piuttosto di dare alcune restrizioni generali sul tipo di comprensione connesso a diversi tipi di giochi linguistici. E non è escluso che uno sviluppo di micromondi tra loro accessibili secondo certe restrizioni potrebbero essere una risposta al "problema della finestra" di cui parlava Marr. (10)
Tra le critiche alla vecchia I.A. si fa sempre piu' pressante la critica al fatto che l'I.A. lavora solo su modelli simulati su computer, senza alcuna connessione con il mondo reale. I lavori successivi agli anni '70 hanno separato, da una parte, l'impresa della rappresentazione della conoscenza (con un ampio sviluppo dei frames e delle reti semantiche) e, dall'altra, il problema del rapporto con il mondo reale (con lo sviluppo o la ricerca di sistemi di visione artificiale e di robotica). Negli anni '80 si è sempre piu' fatta viva l'esigenza di una fusione di queste due strade. Ma se una fusione di queste due strade promette di dare alla lunga buoni risultati, è però altrettanto ovvio che abbiamo ancora bisogno di simulazione pura e non solo di rapporto con il mondo reale; cioè abbiamo bisogno di lavorare su modelli di situazioni per studiare il funzionamento del linguaggio. Non vi è da scegliere tra sistemi che siano collegati con il mondo reale e sistemi che simulano il collegamento con il mondo reale come due ipotesi alternative di lavoro; sono due tipi di ricerca con scopi differenti: mentre le ricerche sulle connesisoni con il mondo reale possono dirci qualcosa sul modo in cui nascono e si organizzanzo certi concetti (il problema dell'apprendimento), simulazioni che modellano di volta in volta diversi parziali e definiti giochi linguistici (situazioni, micromondi con certi problemi e scopi) hanno la funzione di "esperimento di pensiero", di studio sul nostro modo di usare concetti. Credo che in questa differenza sia possibile trovare anche uno spazio per distinguere ricerche psicologiche e ricerche concettuali, che vengono sovente sovrapposte negli studi di I.A. (anche nei lavori di Winograd cui abbiamo fatto riferimento).

V. CONCLUSIONI: SIGNIFICATO COME PROCEDURA

Mi interessa qui rilevare che dal lavoro dei micromondi si è sviluppato l'unico abbozzo abbastanza coerente di teoria del significato prodotto finora dal paradigma simbolico dell'I.A.: l'idea di significato come procedura. Non abbiamo ancora una visione alternativa del significato, e questa idea non è stata ancora abbastanza elaborata. Essa sembra ancor oggi essere una buona esemplificazione dello slogan del "significato come uso": la procedura è qualcosa che si dà effettivamente quando viene attivata, altrimenti è solo una configurazione di segni: da una parte abbiamo la rappresentazione delle procedure (un'immagine), dall'altra la loro attivazione (un uso). Il significato di un'espressione può essere identificato con l'elenco delle possibili procedure connesse ad un'espressione; ma comprendere il significato di un'espressione non corrisponde solo a conoscere una certa configurazione di segni, ma corrisponde a saper usare questa espressione secondo certe regole, così come avviene nell'attivazione di una procedura. (11)
In particolare per conoscere il significato di termini singolari e predicati non basterà avere a disposizione l'insieme delle procedure ad essi connesse, ma sarà essenziale conoscere in qual modo vengono attivate e come vengono scelte per permettere il loro uso corretto in enunciati. La distinzione tra termini singolari e predicati da una parte ed enunciati dall'altra si mostra chiaramente nella necessita' di operatori di forza che si connettono solo ad enunciati completi. Solo a livello dell'enunciato completo si attiva la procedura che, definendo o scegliendo le varie sottoprocedure connesse a ciascuna espressione, ne determina il significato nel dato contesto. E' un modo abbastanza perspicuo per riformulare il vecchio slogan fregeano ripreso piu' volte da Wittgenstein: una parola ha significato solo nel contesto di un enunciato.

NOTE

(*) Lo spunto di questo lavoro viene da un intervento a un seminario organizzato a Bologna da Eva Picardi il 27.4.1989.
(**) Le figure sono tratte dalla versione italiana del libro di Hofstadter 1979.

(1) Vedi in generale Dummett 1973; per un'esposizione della teoria del significato di Frege vedi Picardi 1989-90.
(2) Vedi ad es. Penco 1989.
(3) Vedi l'articolo "Il pensiero" in Frege 1989.
(4) Vedi Gentzen 1935; ovviamente la questione diviene piu' complessa per gli altri connettivi; una presentazione elementare della deduzione naturale si trova in Lemmon 1965.
(5) Vedi Dummett 1976 e 1979. Per una presentazione generale delle idee di Dummett e Prawitz in connessione con le idee di Wittgenstein, vedi Picardi 1983. In questo lavoro Picardi ricorda che la ricerca di perspicuità di Wittgenstein è normalmente finalizzata a mostrare l'origine dei nostri fraintendimenti linguistici; quindi si presenta essenzialmente come critica e distruttiva. In tal modo "il rischio che si corre di fronte alla filosofia del secondo Wittgenstein è quello di adagiarsi nella pars destruens, invece di lavorare alla pars construens, sviluppando le molte idee geniali che essa contiene."(p.107) Le stesse idee di Wittgenstein possono cioè essere sviluppate anche in parte indipendentemente dagli scopi specifici che Wittgenstein si è posto nell'elaborarle. E' da ricordare che l'interpretazione di Dummett tenta questo lavoro appoggiandosi a idee sviluppate da Wittgenstein nel "periodo intermedio" della Grammatica filosofica. Con questo lavoro suggerisco che anche il Wittgenstein delle Ricerche abbia qualcosa da dire per i vari tentativi di dare una visione sistematica del funzionamento del nostro linguaggio.
(6) Era chiaro gia' a Gentzen che la logica intuizionista era quella piu' naturalmente espressa dal suo calcolo della deduzione naturale. Vedi ad es. Moriconi 1988 cap.4 e, in generale sulla logica intuizionista, Dummett 1977 e, in riferimento alle idee di Wittgenstein del significato come uso, Dummett 1973. Riguardo ai due diversi modi di dare il significato dei connettivi logici, a prescindere da ogni riferimento a Wittgenstein, Belnap 1962 presenta la cosa un po' diversamente: sostiene la differenza tra un modo analitico (tipo tavole di verità, dando prima il significato degli elementi componenti) e un modo sintetico (tipo deduzione naturale, dando prima un contesto di deducibilità). Ma per un'ulteriore discussione vedi Mondadori 1989 e Sundholm 1986, e in particolare il par.4. Sulla necessita' di una scelta tra logica classica e intuizionista v.Prawitz 1980.
(7) Su Dummett in generale occorre almeno ricordare che una teoria del significato dovrebbe, secondo i suoi canoni, avere almeno tre componenti: una teoria del riferimento (che garantisca l'aggancio al mondo) una teoria del senso (che garantisca la sistematicita' degli aspetti cognitivi), e una teoria della forza (che garantisca gli aspetti pragmatici) . Una discussione generale della teoria del significato di Dummett si trova in Prawitz 1987.
(8) Mi riferisco a SCHRDLU come caso prototipico per semplicità di esposizione; per una discussione piu' generale sulle semantiche procedurali vedi Marconi in Santambrogio. Su Schrdlu vedi anche Hofstadter 1979 cap.XVIII, Greco 1988, cap.x, Haugeland 1985, cap.6. - Per dare un'idea di unprogramma come SCHRDLU occorre ricordare che un tale tipo di programma è sempre composto di parti distinte e non legate gerarchicamente (cioè funzionano, in linea di principio, in parallelo o almeno si richiamano a vicenda a seconda dei problemi posti dall'analisi del contesto; un tale sistema viene detto "eterarchico"). Le parti fondamentali (oltre a un dizionario e una memoria) sono:(i) un analizzatore sintattico che lavora con una grammatica inglese (analizza asserti, comandi e domande e genera risposte in inglese) (ii) una base di conoscenze data come un insieme di procedure che rappresentano "i tipi di conoscenza necessari per intepretare i significati delle parole" (iii) un sistema deduttivo che permette di esplorare le conseguenze delle situazioni che si vengono a creare e fare piani per eseguire un ordine.
(9) Vedi ad es. lo stesso Winograd 1980 e Dreyfus in Haugeland 1981.
(10) Vedi Marr 1981: il "problema della finestra referenziale" è grossomodo il problema generato dal fatto che non è facile decidere quali descrizioni debbano accompagnare diverse parole (o oggetti percepiti), in quanto non si può sapere in anticipo quali aspetti di una azione o di un oggetto siano rilevanti. Ogni oggetto può avere diversi usi possibili a seconda del contesto, ed è essenziale avere a disposizione schemi elastici per essere pronti a capire a quale uso possibile ci si sta riferendo in un discorso.
(11) Cenni su questo tema si trovano in Woods 1975; uno dei primi a proporre un legame tra sematiche procedurali e analisi di Wittgenstein è stato Wilks 1982. In questo articolo si sono evitati i riferimenti classici ai rapporti tra W. e l'I.A. in particolare sul tema dei prototipi e dei valori di default che hanno avuto origine dai lavori della Rosch e di Minsky . Questo tema è in qualche modo complementare a quello qui trattato.

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